Postato su 9. febbraio 2019 In Kentenich, Riflessioni e opinioni

La missione del 31 maggio come risposta al tempo presente

Ignacio Serrano del Pozo, Cile •

Ignacio Serrano del Pozo

Ho scritto questa rubrica sulla commemorazione del 31 maggio, in cui cerco di leggere questa pietra miliare di Schoenstatt alla luce della crisi della Chiesa.

Tempo di commemorazione e di riflessione

Il 31 maggio celebreremo come Movimento di Schoenstatt, 70 anni della missione che P. Josef Kentenich ci ha affidato dal Santuario di Bellavista: una crociata per il pensare, il vivere e l’amare organico o il perfetto ripristino dell’organismo naturale e soprannaturale dei vincoli nelle sue formulazioni più classiche.

Oltre ad essere un’occasione per commemorare, mi sembra anche un ottimo momento per riflettere, cioè per ripensare le idee contenute in questa nuova irruzione di grazie. Bene, capita spesso che se ascolti così tanto alcune frasi, esse perdono il loro significato o il loro potere d’impatto. Per usare un’analogia, è come quello che succede con le istruzioni di sicurezza pronunciate dal membro dell’equipaggio di un aereo ogni volta che iniziamo un viaggio: anche se siamo tutti d’accordo che si tratta di questioni importanti, dato che le abbiamo sentite tante volte, cominciamo ad ascoltarle come se fossero in lontananza, senza prestare la dovuta attenzione.

Un momento di crisi

Questo ripensamento del messaggio del Padre Fondatore come proposta carismatica assume oggi un significato speciale, in un momento segnato da situazioni di abuso di potere e crisi di fiducia nella Chiesa e anche nella Famiglia di Schoenstatt, poiché richiede di esaminare se la missione del 31 maggio è anche una risposta valida per questa Chiesa che avanza sinuosamente verso l’altra sponda. Se nei decenni passati, una lettura incompleta o superficiale dei testi chiave della “terza pietra miliare” potrebbe essere considerata solo come ignoranza storica, e la ripetizione maniacale delle categorie qui contenute come conoscenza sufficiente, ciò non è possibile dopo ciò che abbiamo vissuto come Chiesa mondiale e cilena.

Inoltre, se in questo tempo di crisi non ci sforziamo di raggiungere una rinnovata comprensione e assimilazione del 31 maggio, la gravità e l’urgenza della stessa ci spingerà a mettere le mani sul primo salvagente che si presenterà, sia che si tratti di sinodalità laicale, di demistificazione del clero, di meditazione trascendentale o altro, indipendentemente dal fatto che queste strategie rispondano o meno al nostro carisma.

Fedeltà alla missione

In quanto segue non intendo, naturalmente, offrire “ricette per una soluzione” alla crisi – un tale obiettivo sarebbe sproporzionato, bensì prestare attenzione a tre domande concrete contenute proprio nella Missione di Bellavista, che non devono essere dimenticate se vogliamo iniziare un cammino di guarigione alla maniera di Schoenstatt, proprio per la fedeltà a chi, “nella forza divina”, ha rischiato tutto per predicare il suo messaggio profetico.

 


L’importanza del contatto

L’attuale crisi di abusi e diffidenza ci pone di fronte ad una domanda decisiva: continueremo a scegliere di  promuovere la nostra strategia dei legami naturali come modo di incontrare Dio? L’immensa rabbia e la delusione causata dalle azioni abusive di individui concreti, sacerdoti e vescovi consacrati, incitano a una tentazione immensa: staccarsi un po’ dalle creature in cerca di una religione “più profonda”, di interiorità o di contatto immediato con Dio. È una tentazione potente, perché – usando la metafora dell’inizio – non cessa di essere un’opzione attraente quella di afferrare la maschera di ossigeno e il giubbotto di salvataggio per salvarsi da soli e tempestivamente.

Tuttavia, ci sembra che, nel nostro modo di essere Chiesa, non ci sia la possibilità di rinunciare al contatto affettivo ed efficace con altre vite umane. Prima di tutto, perché per noi questo è al centro del Vangelo: “Se qualcuno dice: “Io amo Dio”, e allo stesso tempo odia suo fratello, è un bugiardo. Infatti, se non si ama il fratello che vede, non si può amare Dio che non vede” (Gv 1,4-20). Ma anche, in secondo luogo, perché lo stesso papa Francesco ci ha messo in guardia dal pericolo di una religione cruda, al servizio di una certa esperienza individuale o di una serie di ragionamenti soggettivi. “Né possiamo pretendere di definire dove Dio non è, perché è misteriosamente nella vita di ogni persona […..] Anche se l’esistenza di qualcuno è stata un disastro, anche se lo vediamo distrutto da vizi o dipendenze, Dio è nella sua vita” (Gaudete et Exultate, 41, 42).

Inoltre, questa richiesta di legami umani radicali, così profondi che cominciano su questa terra e non finiscono nemmeno nel cielo stesso (“Colui che è venuto al nostro cuore ha fatto in modo che rimanga”), si trova, infine, al centro delle parole che P. Kentenich ha pronunciato nel Santuario di Bellavista: “Vogliamo rimanere fedeli l’uno nell’altro, con l’altro, per l’altro,  nel cuore di Dio. Se non ci incontrassimo  lì, sarebbe qualcosa di terribile. Dobbiamo incontrarci lì di nuovo. Non dovete pensare: stiamo andando verso Dio, per questo dobbiamo separarci. Non voglio essere solo un cartello sulla strada. No! Andiamoci insieme. E questo per tutta l’eternità” (Discorso del 31 maggio, 1949).

Il rifiuto degli essenzialismi minimalisti

La crisi che abbiamo vissuto ci spinge ad una seconda posizione che spesso si sente negli ambienti cattolici: quella di andare solo all’essenziale, evitando ciò che sembra periferico.  Si tratterebbe di ritornare a Cristo e alla nudità della sua parola, senza essere intrappolati nei suoi messaggeri o nei canali che trasmettono il suo messaggio. Il punto è, semmai, se questo atteggiamento renda giustizia alla nostra spiritualità, e se non finirà, anzi, lasciando fuori come accessorio molti dei nostri tesori più preziosi: la pedagogia dell’ideale personale e la sua ascetica, le comunità di lavoro e di formazione, il santuario stesso come luogo concreto di grazia, e la Vergine Maria come Madre ed Educatrice. Per il resto, non è stata questa tentazione essenzialista che lo stesso Josef Kentenich ha percepito negli anni ’30 negli ambienti liturgici e nel movimento biblico tedesco? Lì scoprì persino il germe del cosiddetto bacillo del meccanicismo, perché “il suo spirito separatista strappa le idee di vita, rendendo questi ambienti incapaci di dare il giusto posto ad una profonda devozione mariana nel pieno sviluppo della vita cattolica” (Lettera a Josef, 1952).

E’ anche vero che questa crisi ci spinge a liberarci di molti atteggiamenti e strutture che potrebbero essere un fardello che fornisce solo false assicurazioni. Eppure, se vogliamo salvarci, possiamo buttare sì molte cose che al momento di un incidente perdono importanza, ma tra di loro non ci può essere il salvagente.

L’affermazione del principio paterno

Sono contento di vivere questa crisi che accade 70 anni dopo il 31 maggio, perché  mi chiede di non essere uno schoenstattiano mediocre: Ma, al terzo posto, e forse la cosa più drammatica, è che gli abusi di potere degli ultimi tempi mettono in discussione lo stesso principio di autorità, poiché il suo smantellamento o decapitazione sembra essere l’unica alternativa capace di ricostruire una nuova Chiesa, più orizzontale, più fraterna e meno abusiva.

La questione è se con questo non stiamo eliminando con un colpo solo il più centrale principio della lettera del 31 maggio: la considerazione pratica che l’autorità umana è riflesso e rappresentante di Dio Padre. Senza dubbio questa è la parte più difficile da accettare della missione che il fondatore di Schoenstatt ha espresso 70 anni fa. Di fatto, oso affermare che la crisi attuale ci permette di essere solidali con il visitatore canonico, monsignor Bernardo Stein. Ebbene, se lo analizziamo rapidamente, potremmo dire che quest’uomo, che prima poteva essere visto come il cattivo incomprensibile, in realtà non ha fatto altro che avvertire Kentenich dei rischi che un’autorità affascinante potrebbe infliggere ai suoi seguaci, “fino al punto di rivendicare per sé il luogo di Dio”.

Ma qui riappare la domanda fondamentale: La crisi vissuta, fatta di debolezze e di peccati di coloro che hanno avuto qualche forma di potere, è capace di farci demolire uno dei principi midollari contenuti nel messaggio di Schoenstatt? Senza dubbio, c’è molto da sfrondare in questo argomento: dobbiamo fermarci a cosa significhi autorità nella prospettiva kentenichiana (“autore di vita”, “servizio all’originalità dell’altro”), come guardarla sempre dalla luce della fede, e come strutturare alcune certezze per moderare e limitare il suo potere (“non imporre richieste che l’autorità non aspira a compiere, “obbedire in tutto ciò che non è peccato”, “incoraggiare la franchezza rispettosa”, “intervenire solo quando sembra opportuno o necessario”, tra gli altri); ma che non eclissa in alcun modo il fatto che il 31 maggio è una scommessa su un’autorità più paterna e un legame più filiale, non di meno. C’è quello che P. Kentenich stesso ha sottolineato negli ultimi anni della sua vita terrena: “L’amore a qualcuno che è riflesso di  Dio è, perciò, un mezzo, un’espressione sicura e un’espressione dell’amore del Padre celeste. In questo modo dobbiamo anche comprendere il nostro rapporto reciproco. Ecco la grande costante. Non si tratta di “idolatria di una persona” (Conferenza dei membri dell’Istituto di Nostra Signora di Schoenstatt, 1966).

Siamo quindi disposti a correre il rischio di affermare il principio di autorità sul piano naturale nonostante tutto il passato? Come figli di Kentenich non ci sono alternative. E’ il rischio delle tensioni permanenti notate nella stessa Epistola di Perlonga depositata nel Santuario Cenacolo di Bellavista.

Se l’aereo si schianta, sicuramente vogliamo incolpare l’intero equipaggio per quello che è successo, ma non possiamo dimenticare che è proprio chi ci conduce che ci permette di prendere il volo. Allo stesso modo, va detto che un’autorità forte può certamente finire per sostituire la coscienza e distruggere la libertà, ed  esempi recenti non mancano.  Tuttavia, questo non può mettere in ombra il fatto che la sua essenza e la sua missione sono diverse: potenziare, accogliere gli interessi della comunità, incoraggiare l’iniziativa degli altri, crescere nella capacità di pensiero e di responsabilità e, soprattutto, ricollegarci a Dio Padre stesso con la sua presenza e la sua azione.

Padre Kentenich cita nella sua lettera  le parole di Pio XI: “Sono felice di vivere nel XX secolo, perché nel XX secolo è impossibile per il cristiano essere mediocre. Potremmo parafrasare questa espressione per dire oggi: “Sono felice di vivere in questa crisi che avviene 70 anni dopo il 31 maggio, perché è impossibile essere uno schoenstattiano mediocre”.

 

Sull’autore:

Schoenstattiano. Dottore in Filosofia dell’Università di Navarra, professore di Filosofia dell’Università Adolfo Ibáñez. Ricercatore Fondecyt e borsista Conicyt. È stato direttore dell’area di formazione nella scuola e nell’istruzione superiore. Specialista in educazione morale e formazione etica. Area di competenza: Fondamenti di etica, problemi antropologici contemporanei, dottrina sociale della Chiesa e Tommaso d’Aquino.

Originale: Spagnolo, 02.02.2019. Traduzione: Pamela Fabiano, Roma, Italia

 

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