Postato su 5. Luglio 2016 In Che cosa significa l'anno della misericordia?

Misericordia e Apostolato della speranza per i divorziati in nuova unione

Di Víctor e Stella Domínguez, co-fondatori dell’Apostolato della speranza per i divorziati in nuova unione di Schoenstatt in Paraguay •

L’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia è una “lunga lettera d’amore del Papa per le famiglie”.

Si tratta di un documento straordinario: Il Santo Padre presenta la realtà delle famiglie, in forma di una poesia d’amore. Possiamo anche dire che questo documento è un inno all’amore. E questa realtà si ispira all’applicazione pratica della dottrina cristiana sulla famiglia.

La famiglia: “un bene insostituibile per la società e la civiltà”.

“Il futuro della società si forgia nella famiglia” diceva Papa Giovanni Paolo II.

Nella Amoris Laetitia,  il Santo Padre propone un’apertura mentale tutta  cristiana  e una capacità di abbracciare la famiglia e di dargli il valore, valido per tutti gli esseri umani, di appartenere ad una famiglia, crescere in una famiglia, di essere sostenuto e, soprattutto,  sentirsi amato da una famiglia.

Dio è il “Dio dell’amore”, che va a incontrare l’uomo caduto, l’opera delle sue mani. Quanto ci meraviglia questa follia di un Dio che va sempre più avanti di noi e ci sorprende!

L’incarnazione del Figlio di Dio, che non scende nel  grembo di Maria semplicemente per vivere con gli esseri umani in modo che noi lo possiamo sapere e adorarlo, ma per ‘mischiarsi’ ed impegnarsi con noi, ci dice che se fosse venuto fin qui solo per attraversare la nostra vita come un re che guarda passivamente e rimane indifferente, la sua venuta non avrebbe né toccato né cambiato radicalmente il corso della storia umana.

“E il Verbo si fece carne e” venne ad abitare “in mezzo a noi. “Venne ad abitare”, “ha messo le tende in mezzo a noi ” è rimasto “con” e “in” noi;  cioè, Dio non è venuto al mondo con un passaporto turistico, ma come uno di noi. Egli non è solo un’altra persona nel contesto della storia umana, ma è Dio stesso che si è fatto uomo in mezzo a noi. È il dono disinteressato che gli è costato il suo Figlio unigenito.

Osando portare se stesso ancora più in basso e condividere la tavola con i peccatori, assistiamo dunque al suo svuotarsi completamente di sé.

Cristo si adatta a tutti per salvare tutti, come dice san Paolo, e questa è la chiave per comprendere il sorprendente incontro di Gesù con i peccatori. E per vedere come Gesù simultaneamente ” incontra me”, “voi” e “ogni persona” al tavolo della vita quotidiana.

Misericordia: il cielo tocca il fango del peccato

Condividere il tavolo, mangiare lo stesso pane va molto oltre una semplice soddisfazione della fame del corpo, perché implica e incoraggia i valori e le virtù più nobili nel cuore dell’uomo.

Condividere la tavola è sinonimo di amicizia, cordialità, gioia, unità, e nel Vangelo questo si vede molto bene quando Gesù “rinuncia” a se stesso, simile al Dio Padre, per mescolarsi con peccatori, prostitute, ladri, senza cessare di essere Dio. Il cielo tocca la terra, o meglio ancora, tocca il fango del peccato.

Poche ore prima che Gesù si sedesse al tavolo con questi uomini peccatori, il suo dito aveva già amorevolmente indicato uno dei suoi discepoli, Levi, che fu poi chiamato Matteo, scegliendolo e richiamando la sua attenzione e il suo cuore lontano dallo “splendore della monete “che riempiva il tavolo dell’esattoria delle tasse … Pertanto, Gesù mangia a casa di Matteo. E l’incontro con il Signore tocca il suo cuore come una spada affilata, la spada che ha aiutato la sua conversione. In una parola: “misericordia”.

Sembra come se il mondo di oggi non sia così diverso dal tempo di Matteo e forse, ancora, i nostri cuori sono persi e non afferrano il concetto che Gesù è la misericordia, è l’amore, e che egli viene a sedersi al tavolo della nostra vita, nelle nostre attività quotidiane, nei nostri problemi e, soprattutto, nella nostra mancanza di cuore.

Ricordare che Dio è amore, e che noi siamo mendicanti di Dio, significa sperimentare un dolce balsamo che guarisce i nostri corpi dalla testa fino alla punta delle dite dei piedi;  significa sapere che siamo amati da Dio, nonostante le nostre ferite. Perché è vero che stiamo male; soffriamo costantemente. Quante ferite portiamo attraverso la vita! Le ferite causate dalla nostra storia, dalle nostre colpe, le ferite causate da altri, da amici, da persone che amiamo, dall’indifferenza, dal tradimento, e dal tantissime altre cose … E Gesù con la sua misericordia si presenta come un balsamo che cura le nostre ferite del peccato e la solitudine, così che possiamo ancora una volta rialzare la testa e continuare a vivere.

Misericordia: una logica scandalosa

L’idea che viene sempre in mente è che per noi è molto più facile accettare che Cristo si sieda a mangiare con i peggiori peccatori, piuttosto che i nostri cuori induriti e arroganti accettino che tutto ciò che Gesù mi chiede di fare per lui sia che io non solo mangi con loro, ma che li abbracci e, soprattutto, li ami.  In particolar modo, quelle persone che mi hanno offeso o quelle che secondo me si sono allontanate da Dio.

Misericordia da lontano, senza impegno, senza il rischio di toccare la carne sofferente di Cristo in un fratello, senza avvicinarsi, preferendo passare oltre, con indifferenza, perché tanto  non funziona.

Io non sono misericordioso quando faccio qualcosa per beneficenza o do un po’ del mio tempo agli altri, pubblicamente e postandolo su Facebook! Dentro di me,  urlo a gran voce “Sto dando a voi in modo che si possa dare a me”, chiedendo la restituzione. E davanti al mio cuore metto un cartello con su scritto: “Sono meglio di te.” “Povero te”.

Sappiamo che Gesù ci insegna che la misericordia è data a coloro che “non possono ricambiare”

Gesù viene incontro a noi quando cadiamo, quando lo offendiamo con le nostre azioni, condivide il suo perdono, a volte porgendo la guancia perché sa che siamo deboli, che ci dimentichiamo le nostre buone promesse di conversione e di trasformazione interiore; egli sa che senza la sua grazia e misericordia le cose che giurano alla luce le neghiamo al buio, perché siamo peccatori.

Una testimonianza

Mi ricordo una volta in cui siamo stati veramente in grado di vedere che spesso non siamo capaci di aprirci alla grazia e al divino senso del perdono e della misericordia. Qualcuno è venuto a noi mentre stavamo per lanciare l’Apostolato della Speranza e ci ha detto che quello che stavamo proponendo sembrava molto ingiusto: un apostolato per le persone divorziate in una nuova unione! Perché dare spazio a queste persone che avevano rotto la loro unione sacramentale, quando avremmo dovuto piuttosto essere al lavoro per difendere il matrimonio, perché si dovrebbe lottare per rimanere nel matrimonio. Era uno spreco il dedicare il nostro tempo per i divorziati. Questo apostolato – diceva questa persona – porta  un messaggio contraddittorio: è un invito ai giovani che non si sentono felici nel loro matrimonio a separarsi e a trovare qualcun altro che li rende più felici, per poi dire loro: “vieni qui, c’è spazio per tutti”.

La nostra mentalità umana funziona come nella parabola del figliol prodigo. È la stessa razionale denuncia che viene dal cuore del figlio maggiore: quando torna a casa, ascolta la musica e si rende conto c’è una festa perché il suo fratello più giovane è tornato a casa, si indigna e si lamenta: “Padre, ti ho servito per tanti anni, e non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ora, questo tuo figlio che ha dissipato i tuoi averi con le prostitute ritorna  e tu uccidi un vitello grasso e fai festa? “. È lo stesso sdegno di quella persona che si lamentava con noi. Perché dovremmo dedicarci alle persone divorziate in una nuova unione?

Se pensiamo in termini umani, siamo d’accordo con questa persona, perché normalmente agiamo senza comprendere la misericordia di Dio.

Quando diciamo che i peccatori meritano di essere puniti per i loro crimini, pensiamo a peccatori  “altri”, senza mai comprendere noi stessi, anche se sappiamo che siamo tutti peccatori. Papa Francesco esprimeva questo concetto molto bene durante una delle sue udienze generali, quando parlava di visitare i prigionieri: “Tutti noi siamo capaci di peccare e fare lo stesso errore nella vita. Essi non sono peggio di te e di me! “.

Il nostro compito come cristiani è quello di guardare con gli occhi della misericordia e poi il mondo può riconoscere che Gesù Cristo è il Signore, è Amore, è il balsamo che guarisce le nostre ferite.

Misericordia: un medico che non si arrende

Un’altra riflessione di questa testimonianza è su ciò che esce dalla bocca di Gesù in relazione a quelli che criticano il suo atteggiamento da lontano: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Ma andate e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici. Perché io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori ” (mt 9, 12-13).

La risposta di Cristo, su cui si concentra la nostra missione, è il programma di coloro che desiderano seguirlo più da vicino, imparare da Lui, che è mite e umile di cuore.

Solo la dolce misericordia di Dio può guarire le nostre ferite.

Misericordia: come possiamo imparare ad incarnarla?

L’invito di Gesù ci dà attraverso il Santo Padre nella sua Esortazione apostolica Amoris Laetitia è che noi ci iscriviamo alla scuola della misericordia, che addolciamo il nostro cuore di pietra. Ma andate e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici.  In primo luogo, troviamo il è verbo andare . Esso ci interroga, ci mette in moto, ci scuote dalle nostre zone di comfort. Per essere “misericordiosi come il Padre” abbiamo bisogno di mettere il nostro cuore alla prova, perché dobbiamo imparare ad andare sempre fuori, incontrare l’altro, nelle nostre case, nelle strade, nelle periferie esistenziali, toccando il dolore e asciugando le lacrime di tanti nostri fratelli e sorelle,  amati figli di Dio.

Se la misericordia nasce dalla cuore amorevole di Dio, ho solo bisogno di riconoscere quanto Dio è misericordioso con me! E come lui, siamo chiamati ad avere pietà e soffrire con chi soffre e piange, perdonare come noi vogliamo essere perdonati:

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

Viviamo, possiamo incarnare le parole che ripetiamo così spesso?

Più concretamente, nel capitolo 8, il Papa ci indica la strada da percorrere con tre verbi: accompagnare, discernere e integrare la fragilità. [291-312]

1) Accompagnare

Tutti noi, come cristiani dovremmo cercare di superare un qualche tipo di rifiuto che forse abbiamo avuto e adottare un atteggiamento fraterno verso le persone divorziate in una nuova unione. Essi meritano la nostra particolare vicinanza e comprensione. Poi, dovremmo fare un altro passo. Guardare questi  “figli prediletti del Padre” con amore e accettazione. Questo è ciò che Gesù ha fatto per tutta la vita.

2) Discernere

Gesù salva la donna colta in flagrante adulterio. Nessuno ha scagliato la prima pietra e anche lui non l’ha condannata: Ora vai e lascia la tua vita di peccato (Gv 8,11). Questo ci mostra la necessità di discernere. Dobbiamo mostrare ad ogni persona l’infinita misericordia di Dio Padre che abbraccia tutti i suoi figli perché vuole la nostra felicità, nonostante i nostri peccati e debolezze. Ha chiesto alla donna adultera il massimo. Noi possiamo aiutare queste persone a trovare un modo che li conduca a Dio, all’abbraccio del Padre. E i modi sono molti. Questo è il secondo passo che ci avvicina alla vita eterna, mentre siamo  ancora in questa vita. Dio nostro Padre ha molte opzioni per la nostra crescita.

3) Integrare

“… bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno lasciando spazio alla «misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile»”…  Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo , , «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» …. Ogni volta che lo facciamo, la nostra vita diventa meravigliosamente complicata “. (AL, 308).

“A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio” nella nostra azione pastorale. “… la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio”.  (cf. AL, 311)

Questo è il punto dell’Esortazione in cui troviamo il suggerimento del Papa di usare un sacerdote preparato da lui o dal vescovo (Cfr AL 311)

Con la sua tenerezza abituale e la preoccupazione per coloro che soffrono, il Papa ci dice che i pastori della Chiesa, i laici, coloro che sono impegnati in attività pastorali devono dotarsi di strumenti per discernere, accompagnare ed integrare la fragilità, non condannare ma aiutare tutti a partecipare alla vita della Chiesa.

Vogliamo concludere con le parole del Santo Padre:

L’amore è l’unica luce che può illuminare costantemente un mondo buio.

Siamo tutti figli prediletti del Padre.

Originale: spagnolo. Traduzione: Pamela Fabiano, Roma, Italia

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