Postato su 2014-09-03 In Comunicazione

L’intervista a P. Antonio Spadaro

PCCS, www.pccs.va /www.catalunyacristiana.cat, Samuel Guiterrez. La sua specialità è la ciber- teología. Il gesuita Antonio Spadaro (@antoniospadaro), il direttore della Civiltà Cattolica, è convinto che una delle grandi sfide oggigiorno della Chiesa è pensare il cristianesimo nei tempi della rete. Ha inoltre la teoria che il linguaggio e la forma di comunicare nelle reti sociali si assomiglia molto a quella del Vangelo. La chiave non sta in trasmettere informazione, bensì in condividere esperienze di vita. Antonio Spadaro è stato recentemente in Barcellona, dove ha partecipato al Congresso Internazionale intorno alla Pastorale delle Grandi Città.

Che cosa fa un ciberteologo in un congresso internazionale intorno alla Pastorale delle Grandi Città?
La questione delle grandi città è una questione emergente. Oggi nelle grandi città si vive la movibilità in un doppio senso. Da una parte in un senso più che reale, perché la gente è continuamente in movimento: per andare a lavorare, per ritornare a casa……Dall’altra parte è vissuta anche in quello che si riferisce ai mezzi di comunicazione a disposizione. Dal momento che nelle grandi città si perde il contatto immediato e diretto con le persone che conosco, il luogo tende a convertirsi nel luogo dell’anonimato. Le reti digitali in questo contesto si trasformano quasi in una piazza, il luogo dove le persone mantengono il contatto con le persone care, i familiari, gli amici….Oggi è normale che muovendosi in autobus o metropolitana ci sia molta gente che consulti facebook o il conto di Twitter per vedere quello che i nostri amici hanno fatto o stanno facendo, o per condividere i propri pensieri o le proprie immagini. Infatti c’è una quantità di cittadini che si esprime oggi, grazie ai mezzi di comunicazione a disposizione.. Il che succede soprattutto nelle grandi città. Possiamo, dunque, dire che esiste una relazione più o meno diretta tra il vivere nell’ambiente digitale e la questione di come vivere oggi nelle grandi città.

E quella relazione deve riflettersi nel lavoro pastorale.
Ed è così. Ciononostante io non traccerei una linea di separazione radicale tra la pastorale in un ambiente fisico e la pastorale in un ambiente digitale. L’ambiente digitale è sempre più inserito nella nostra vita normale. Non è una vita separata. Io credo che la pastorale deve considerare lo sviluppo di internet e come internet si crea una relazione con la vita quotidiana, normale delle persone. Benedetto XVI lo ha detto molto bene nel messaggio Mondiale delle Comunicazioni del 2013 al segnalare che l’ambiente digitale non è un ambiente virtuale, bensì che fa parte della vita di tutti i giorni delle persone. È importante, perciò, che si consideri nella riflessione intorno alla pastorale consueta. È una dimensione che dovrebbe essere integrata normalmente nella pastorale della Chiesa.

Oggi si parla delle reti sociali come luoghi antropologici, incluso spazi di vita…

Un vescovo italiano si è riferito ad internet e alle reti sociali come un nuovo contesto esistenziale. Credo che è una definizione accertata. Internet non è uno strumento che si deve usare, bensì un ambiente che si deve abitare. In questo senso, è importante considerare ben chiaro che non è nemmeno uno strumento di evangelizzazione. È un ambiente, dove anche si deve vivere cristianamente e dare testimonianza evangelica.

La teoria è sempre più chiara: internet è un ambiente, non uno strumento. Ma realmente lo viviamo così? Non crede che spesso lo usiamo come strumento?
Credo che siamo in una fase di transizione. La riflessione che la Chiesa sta facendo, soprattutto attraverso i consigli pontifici per le comunicazioni sociali e per la cultura, cammina per questa direzione: internet come ambiente da abitare, non come strumento. E questo è già una realtà nelle persone più giovani, nei gruppi e movimenti ecclesiali. È nelle classi intermedie, dove questa riflessione deve ancora maturare. Siamo in una fase di maturazione che avviene allo stesso tempo della evoluzione della rete. Internet è ancora una piccola bambina, che ancora deve maturare. La Chiesa è stata sempre più attenta a questa evoluzione.

Benedetto XVI insisteva in ricordare, che la Chiesa deve stare, dove c’è la gente.
È chiaro che la Chiesa sta nella rete, perché gli uomini sono nella rete. La Missione della Chiesa è stare nel luogo dove sono gli uomini. Ma perché la Chiesa sta nella rete? Naturalmente per comunicare un messaggio, ma c’è un obiettivo anche più importante: ascoltare quello che l’uomo deve dire. In questo senso la Chiesa non è in internet solo per dire cose, bensì per ascoltare l’uomo, ed anche per comprendere e discernere la presenza di Dio nel mondo. Paradossalmente la rete adotta le forme espresse tipiche della Chiesa. Il linguaggio 2.0 e le reti sociali comunicano sostanzialmente un messaggio non trasmettendolo, bensì condividendolo. I messaggi nelle reti sociali non sono trasmessi, bensì condivisi. Questo significa che c’ è una rete di relazioni e senza rete di relazioni il messaggio non passa. Se non ho amici, non comunico niente. Questa forma di comunicazione è la forma di comunicazione per eccellenza del Vangelo. È quella che la Chiesa chiama testimonianza. Non è la comunicazione di un messaggio neutro, fatto dalle masse, bensì che passa attraverso la testimonianza vissuta. Perciò credo che la grande sfida per la Chiesa non è adattarsi ai nuovi tempi, ma tutto il contrario: considerare come quel deposito di saggezza accumulato nel tempo può aiutare ad internet a crescere.

Suppongo che anche le nuove tecnologie vanno influenzando sulla teologia.
Naturalmente. L’influenza della rerte sul nostro modo di pensare è evidente. Il che suppone una grande sfida per la teologia. Perché se la rete cambia la maniera di pensare e l’obiettivo della teologia è pensare alla fede, la domanda che risulta è chiara: Come la rete va toccando il modo di pensare alla fede? Questo è il punto e non è stato risolto, perché è in processo. Ad esempio siamo abituati a pensare all’uomo in cerca di Dio, ma oggigiorno l’uomo cerca grazie ai motori di ricerca di Google. Questi motori cambiano la nostra forma di cercare. E la caratteristica di questa maniera di cercare è che sempre otteniamo risposta ed inoltre l’abbiamo rapidamente, immediatamente

Le risposte le porto in mano, nel mio dispositivo mobile. Viviamo in un tempo in cui l’uomo crede che può avere tutte le risposte nella palma della sua mano. Oggi, in questo contesto culturale, presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte alle domande dell’uomo, non funziona. Non è adatto. Invece l’uomo ha bisogno oggi d’imparare a riconoscere e formulare tutte le risposte alle domande importanti. In questo senso, si deve proporre il Vangelo come il libro dove troviamo tutte le domande dell’uomo, ma non le risposte. Questo è molto efficace.

Ci sono più esempi?
Sì, la logica del pulpito, di un messaggio unidirezionale che scende dall’alto al basso, già nemmeno funziona. L’uomo moderno non è disposto ad accogliere questo messaggio. La maniera più adatta di comunicare un messaggio è che avvenga in una rete di relazioni. Il passo di trasmettere a condividere è fondamentale per la Chiesa di oggi. La dinamica che il Papa Francesco sta insegnando oggi nella Chiesa è di questo tipo, invita al dialogo, all’incontro, a sentirsi libero per parlare ed inoltre esprimere opinioni divergenti.

Papa Francesco sottolinea l’importanza dalla relazione all’incontro. Favorisce la struttura della rete quell’incontro?
La rete è una rete di connessioni. Precisamente una delle sfide della Chiesa è aiutare a passare dalla connessione alla relazione. E dopo la relazione alla comunione Questi passi non sono ovvi, non sono semplici. Il rischio grande è che l’uomo crede che per essere connesso già è in relazione. Il che non è vero. È molto importante quello che dice il Papa: comunicarsi con l’altro significa toccarlo. Ed ha ricordato l’immagine del Buon Samaritano come l’ideale tipico di chi sa bene comunicare. Questo è molto importante. Comunicare non è un gesto interiore, bensì è qualcosa che tocca l’intimità della persona. È una grande sfida. Perché ci obbliga a superare l’idea che basta avere un contatto superficiale per potere trasmettere un messaggio. Non è sufficiente. Per comunicare il messaggio del Vangelo è necessario un incontro fisico con la persona

Come si spiega che un Papa senza papamobile, che usa ancora la macchina da scrivere, si sia convertito in un fenomeno della comunicazione, anche nelle reti sociali?
Perché la sua capacità di comunicare si basa su di una grande esperienza pastorale di contatto con le persone. Lui ha compreso perfettamente che cosa significa veramante comuniucare. La comunicazione tecnologica è comunicazione e non richiede di una strategia speciale. La sua capacittà di toccare le persone, di includerle perfino attraverso le reti sociali (Twitter, Facebook..) e di avere un grande influsso sull’intorno digitale, è la conseguenza della sua capacità radicale di comunicare. La chiave non è nella tectonologia. Internet non è la tecnologia. Internet è la rete di relazioni che viviamo di consueto, che grazie alla tecnologia si estende oltre lo spazio e il tempo. Il Papa ha avuto un grande influsso sulle reti sociali, perché la sua forma di comunicazione è efficace, è legata alla sua vita, perché attraverso essa intenta condividere quello che lui vive. Ma direi qualcosa di più: il Papa non comunica, bensì che il Papa è presente. Il che è preziosissimo. Lui non ha una strategia per comunicare un messaggio. Lui è presente. E questa presenza automaticamente dà una testimonianza e così comunica il messaggio del Vangelo. Nelle reti sociali, le persone sono rimaste colpite da una testimonianza offerta attraverso brevi frasi, messaggi importanti, figure efficaci. E questo è facile da condividere con gli altri. Il successo del Papa non si può spiegare dalla logica della tecnologia o da una stategia comunicativa. Quando la comunicazione è autentica, quando si basa su di una esperienza vissuta ed è capace di entrare in contatto con la gente, è facile che si estenda anche immediatamente nelle reti sociali.

Le consiglierebbe al Papa una maggiore presenza, portata personalmente, nelle reti sociali?
Io credo che il Papa ha già una presenza molto adeguata nelle reti sociali. Portarlo personalmente è qualcosa più complicato, ma nemmeno è il più importante. L’importante è che i messaggi, che si mandano, siano i messaggi che lui vuole comunicare al mondo.

Si parla tanto oggi insieme alle tante virtù anche molto dei rischi di internet, della perdita sempre maggiore della capacità di riflessione e contemplazione. Danneggia il nuovo contesto culturale all’esperienza di fede?
Assolutamente. Ci possono essere rischi: come quello della superficialità, quello di confondere la connessione con la relazione, quello che l’ambiente digitale sostituisca il contatto fisico… L’ambiente digitale ha i propri rischi, ma anche li ha la propria vita. Non possiamo fissarci solo sui rischi, se vogliamo leggere globalmente la realtà. Sarebbe come confrontare un ospedale psichiatrico con tutta l’umanità. Internet non è un’opzione. È una realtà, cui non possiamo voltare le spalle. Suppone una gran passo nella storia dell’umanità. La questione non è, se è possibile ritornare indietro. L’importante è imparare a vivere bene. Che ci siano rischi significa anche che c’è una grande capacità di influsso. Altrimenti si limitierebbe la libertà dell’uomo. La missione della Chiesa non è solo mettere in evidenza i rischi, ma scoprire ed aiutare a vivere bene nel tempo della rete.

Per imparare a vivere bene nel tempo della rete, si dovrà applicare certe diete digitali?
Ognuno deve trovare il proprio equilibrio. Io non sono molto sostenitore delle diete digitali. Il concetto di <dieta> fa intendere che c’è qualcosa di erroneo o cattivo e che, perciò, si deve limitare. Io credo che la chiave non è nella dieta, bensì nella integrazione, cioè, imparare ad armonizzare normalmente la propria presenza nei mezzi digitali. Succede come con il cibo. Il cibo non fa male, me se mangi troppo ti può far male. Nel caso della comunicazione, il problema non è la rete, bensì la comunicazione umana in generale, che deve equilibrare la presenza della comunicazione digitale nel limite della nostra capacità globale di comunicazione.

Frasi importanti:

<Il gran rischio oggi è credere, che per essere connessi già siamo in relazione. Comunicarsi con l’altro significa toccarlo>

<La Chiesa non sta in internet solamente per dire cose, bensì per ascoltare l’uomo, e per discernere la presenza di Dio>

L’intervista completa in formato pdf

Fonte: http://www.pccs.va


Originale: spagnolo. Traduzione: Maria Tedeschi, La Plata, Argentina

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