Postato su 24. Novembre 2013 In P. José María García - Servizio

Il Signore è fedele a noi

P. José María García. Leggendo questo Vangelo, e nella festa che stiamo celebrando oggi, mi vengono spontaneamente due pensieri. Il primo è che il Signore è fedele non solo al suo piano, ma anche a noi. Perché? Stiamo lavorando sul tema della nostra vocazione, sulla nostra vocazione di imprenditori e dirigenti. E ciò che abbiamo ascoltato nella Lettura di oggi, è proprio come il Signore, in fondo, ci rimanda alla sua fedeltà, a questa fedeltà che ci permette di essere dirigenti.

Diregenza a servizio della vita

Pertanto pensiamo che dobbiamo essere fedeli alla nostra vocazione, come è giusto che sia. Ma la leadership  autentica, la dirigenza cristiana, questa dirigenza che sta sempre a servizio della vita, è una dirigenza che viene da Dio. E che si realizza tanto quanto la nostra relazione con Lui è reale. Non è solo relazione di idee, ma un vincolo, un’alleanza con Lui. Il Signore ci è fedele. Il Signore esce sempre per venirci incontro. Il Signore ci dà quello che ci serve perché compiamo la nostra missione.

Come ci diceva il Santo Padre, “la misericordia di Dio è sempre disponibile. Il Signore non si stanca”. Noi ci stanchiamo subito della nostra propria miseria e conviviamo con essa. E ci dimentichiamo di chiedere perdono e di rinnovarci in questa grazia che ci permette, per l’appunto, di eseguire la nostra dirigenza.

Oggi, nella festa che stiamo celebrando, la Dedicazione di San Giovanni in Laterano, commemoriamo la grande Basilica, la Basilica Madre, per così dire, della Chiesa, perché è la Sede del Santo Padre (il Vaticano viene dopo), la Chiesa del Vescovo di Roma, che ci rimanda proprio al fatto che  questa dirigenza sta a servizio di questa vita, che è la nostra propria Chiesa.

Templi vivi

E corriamo sempre un po’ il pericolo di cadere nell’Antico Testamento, di riferirci ai templi. E ciò che ci dice San Paolo nella Lettura che abbiamo ascoltato è molto chiaro. Il Tempio della Nuova Alleanza non è, in primo luogo, un tempio materiale. Né tanto meno si giustifica il nostro Santuario, se non c’è dietro un santuario vivo. Ossia,  uomini e donne che vivono la loro fede, che vivono di questa vita che il Signore ci dona; vale a dire, di questa fedeltà di Dio verso di noi.

Così noi siamo templi vivi, luoghi di incontro con il Signore. E improvvisamente ci è più facile riferirci ai grandi monumenti, ai grandi Luoghi. E che cosa ne facciamo? Evitiamo, eludiamo la nostra responsabilità. È più facile guardare “La Sacra Famiglia di Gaudí” o la Cattedrale di Colonia, che guardare la realtà della Chiesa. Guardate come siamo potenti! Guardate che tradizione abbiamo!

E in verità, queste sono parole. Ma quando uno va in una casa, l’importante è scoprire il focolare che c’è dentro. In una casa, gli architetti potranno metterci molto impegno, molto amore, ma ciò che fa veramente di essa  un focolare e un luogo di vita è la famiglia che ci vive dentro.

E per noi, come Chiesa, è esattamente lo stesso. I nostri luoghi si giustificano nella stessa misura in cui c’è vita di Dio e in cui Dio ci è fedele. Dio ci dona sempre questa vita, che ci permette di realizzare ciò che siamo e la missione che Egli ci ha affidato. Questo è un primo pensiero per tener presente, giustamente, la festa che stiamo commemorando.

¿Con qué autoridad haces esto?

Ma nel Vangelo c’è anche qualcosa che ha molto a che vedere con noi. Gli ebrei – che a volte ci piace tacciare subito come farisei, come persone che non capiscono o sono molto ristrette di vedute – erano persone molto più comprensibili e molto più religiose di quanto pensiamo.

Se voi ascoltate attentamente il Vangelo di oggi,  e lo confrontiamo con la possibile reazione che avremmo avuto noi, – se qualcuno pensa nel Santuario di dover buttare all’aria tutti gli affari che abbiamo piazzato intorno – ciò che faremmo noi spontaneamente sarebbe di scacciarli a pedate. Che cosa gli passa per la testa? E ciò che fanno loro è  di chiedere: “Con quale autorità fai questo? Su che cosa ti basi?” Entrano in dialogo con Lui, non perché abbiano paura, ma perché sono realmente religiosi. E se qualcuno fa un gesto così forte, così profetico come questo, al posto di condannarlo e di escluderlo, noi diremmo scomunicarlo (tendenza molto naturale tra noi e quelli che ci danno  fastidio), è proprio l’esatto contrario: entrare in dialogo, lasciarsi interpellare. “Con quale autorità fai questo?  È il diritto che hanno anche loro di chiedere.

E il Signore dà loro una risposta che vale anche oggi per noi. La domanda è “Con che legittimità fai questo? Su che cosa si basa la tua autorità per far qualcosa del genere? Ed Egli non si riferisce in primo luogo a se stesso: “Io sono potente, queste sono le mie forze. Ecco, come sono capace. Ecco, come sono forte. Ecco, come sono intelligente”. Ma  rimanda all’azione del Padre in Lui. Egli è fondamentalmente il Figlio del Padre. E qual è stato il gesto –  perché era il gesto che convinceva gli ebrei –  qual è stato il segno che ha convinto gli ebrei più delle argomentazioni, per quanto valide esse siano state? Proprio quello che sperimenteranno subito dopo. “Questo tempio sarà distrutto, ma il Padre mio lo ricostruirà in tre giorni.”

Questa identificazione totale con il Padre, è ciò che gli permette di legittimare la sua azione e la sua autorità.

Anzi, Egli dice: “ed Io lo ricostruirò”. Questa identificazione totale con il Padre, è ciò che gli permette di legittimare la sua azione e la sua autorità. Non è per Se stesso, in primo luogo, ma perché Egli sa di essere Figlio del Padre. Perché Egli sa di essere legittimato dal Padre, dalla vocazione del Padre. E il Padre lo mette nella situazione in cui Egli   rinnoverà il Tempio, perché la situazione era scandalosa. Gli Ebrei avrebbero probabilmente molte ragioni per condurre tutti i grossi affari intorno al Tempio o dentro il Tempio.

E probabilmente avrebbero molte giustificazioni, saprebbero spiegare perché fosse conveniente trattare i grossi affari dentro il Tempio: per necessità pastorali, per convenienza, ecc. ecc. Abbiamo sempre delle ragioni. Ma il Signore dice loro: “Togliete tutto da qui, perché stanno trasformando il luogo di incontro con il Padre in una spelonca  di ladri”. Ossia, uomini che fanno uso della fede a proprio beneficio, per propria necessità. Con quale autorità lo fai?  Lo faccio con l’autorità che mi dà il sapermi Figlio di Dio, il compiere la volontà del Padre e, naturalmente, aprirmi a questa azione del Padre in me, che mi permette di fare ciò che faccio, di dire ciò che faccio. Non è in primo luogo per me, ma perché me lo chiede il Padre, che mi dà questa vocazione.

Fino all’arrivo del Santo Padre Francesco

Con che legittimità, con che autorità fai ciò che fai? Una domanda che anche la società fa a noi, come Chiesa, oggi. “Con che autorità i cristiani parlano come parlano e chiedono ciò che chiedono? Con che autorità osiamo smontare,  squalificare subito come squalifichiamo, quando vediamo i segni dei tempi in questo nostro mondo? E dobbiamo farlo subito, perché altrimenti il nostro tempio, il luogo dell’incontro con Dio, si riempie di molti tavoli di cambiavalute, di molti affari che non corrispondono, di guide corrotte, come diceva P. Guillermo Carmona. Perché ci sono altre intenzioni, c’è un doppio discorso. Ed è ciò che la Chiesa ha sofferto fino a 10 minuti fa, fino all’arrivo del Santo Padre Francesco, che avuto il coraggio di “prendere a calci i tavoli”,  (scusate l’espressione) – dei cambiavalute – che erano piazzati dentro la Chiesa.

E questo,  a che conseguenza  ha portato? A quella di non avere autorità. Non siamo legittimati, improvvisamente,  possiamo rimetterci alla vita eterna e chi non osserva lo condanniamo dopo alla pena dell’inferno. Ma in fondo, legittimarci in base a che cosa? In base al compiere la volontà del Padre o in base ai nostri affari piazzati dentro la Chiesa? Con quale autorità stai facendo questo rinnovamento della Chiesa? si chiedono alcuni.

Con quale autorità la Chiesa parla e annuncia? E l’unica cosa che può dire la Chiesa, è la stessa che ha detto Nostro Signore Gesù  Cristo: compiendo la volontà del Padre mio. Se faccio questo, non è per me. Non è perché io sia un nuovo dirigente, che necessita la Chiesa, più astuto del precedente, ma perché è Dio che ce lo sta chiedendo. E questa forza, questa convinzione all’ora di attuarla, è ciò che permette che sia credibile; che le persone lontane si commuovano, che le persone distanti dalla Chiesa, perché deluse dalla Chiesa – per questa mania che abbiamo di scomunicare chi non la pensa come noi – improvvisamente cominciano a guardare la Chiesa come il proprio focolare. È la mia casa, anche se la penso diversamente, anche se sbaglio, ma ho il diritto di stare nella mia casa.

Una mamma non esclude il figlio perché cada, perché si sbagli, compreso il fatto che la pensi diversamente o perché si trovi nell’errore. Resterà sempre suo figlio. Ed è ciò che commuove la Chiesa istituzionale e che la scuote. Non siamo preparati a questo, se lavoriamo solo con categorie personali, proprie, quelle nostre e non quelle del Papa.

Perché lui mi vuole bene

Il Santo Padre Francesco sta agendo con una tale incisività, ma allo stesso tempo con una tale soavità che ci commuove. Egli possiede questa fermezza del Vangelo, ma anche questo volto e queste mani materne, che fanno sì che tutti si sentano accolti.

Mi permetto di riferire un aneddoto che ho sentito in Germania. Mi dicevano che uno di questi vagabondi – o persone che stanno nelle tipiche stazioni dei treni tedeschi – un po’ beone, un po’ asociale, come dicono loro, fu raccolto dalla polizia o dai gruppi che se ne incaricano. E tra le cose, tra le buste di plastica che aveva tra le sue cose, è spuntata un’ immagine di Papa Francesco. Allora gli hanno chiesto: Perché tieni quest’immagine di Papa Francesco? Un tedesco in una stazione tedesca. “Perché lui mi vuole bene”. Da che cosa sapeva, come aveva sperimentato quest’uomo  che Papa Francesco gli voleva bene? Perché il suo linguaggio, i suoi gesti, sono sempre personali.

Con quale autorità parla la Chiesa? Parla facendo la volontà del Padre. Parla distaccandosi “dai banchi dei cambiavalute”, da queste corruzioni che ci facevano vergognare e che abbiamo fatto passare sotto il tavolo, ma che grazie a Internet e alle reti di comunicazione sono note in tutto il mondo. Sacerdoti, vescovi, laici che fanno passare le debolezze quasi per virtù, per dirlo in qualche modo.

Portare realmente un messaggio dell’Alleanza all’uomo d’oggi.

Con quale autorità parla la Chiesa? Che legittimità hai?” La mia legittimità sta nella mia origine, nel fatto che compio la volontà del Padre. E questo vale anche per noi, come (figli di) Schoenstatt. Ci prepariamo a celebrare il giubileo di Schoenstatt, i 100 anni di Alleanza, i 100 anni della nostra Famiglia. Con che legittimità possiamo celebrarla? Celebrarla non nel senso di fare una festa, dove spendiamo ciò che non abbiamo, solo per dirci “siamo fantastici, guardate che belle bancarelle abbiamo qui intorno al Santuario” o per portare realmente un messaggio dell’Alleanza all’uomo d’oggi.

In che modo, con che legittimità possiamo celebrare il giubileo? Compiendo la volontà del Padre mio, perché è Dio Padre che ce lo chiede. Non abbiamo altra legittimità, non abbiamo altra legittimazione per la nostra autorità, se non  quella di essere docili alla volontà del Padre, di cercare la volontà del Padre e di metterla in pratica.

Perciò, quando ci siamo messi a riflettere su come celebrare, il nostro atteggiamento è stato quello di ricordare ciò che ci disse il Padre Fondatore: “Rifonda, fedele alle forze dell’origine”. Padre Kentenich, il nostro Padre, fu in questo senso abbastanza audace. Perché? Perché confidava in Dio, nella fedeltà di Dio, e confidava anche nell’apertura dei suoi figli alla misericordia di Dio. Che non avremmo progettato davanti al Padre, come egli diceva, con colletti bianchi per dire “siamo perfetti, ci devi voler bene, non ti rimane altro che amarci”. No, ci presentiamo  con la nostra indigenza. Ma con quell’indigenza attraverso la quale tu puoi agire.

Ciò che abbiamo detto più volte in questo Congresso. Non si tratta semplicemente di ripetere l’Atto di Fondazione fino ad essere saturi di testi. Si tratta di andare alle fonti originali, di vedere esattamente quale fu la forza originale che portò P. Kentenich a fondare. E partendo, curiosamente, non dai segni dei tempi. P. Kentenich non ha fatto uno studio dei segni dei tempi e ha detto: “Benissimo…!!!” Questo è venuto dopo. La prima cosa che il Padre ha cercato, per compiere la volontà del Padre, è stata proprio quella di prendere sul serio la voce del suo cuore.

Dalla voce del cuore

Vi ricordate, siete coscienti di quale fu la voce del cuore del Padre prima del 18 ottobre 1914? Quale era la sua preoccupazione, la sua motivazione? Formare l’uomo nuovo nella comunità nuova, così come lo abbiamo formulato, così come lo ha detto lui. Si, d’accordo. Ma la forza, la domanda che egli aveva, che legittima la sua azione, qual è stata? Qualcosa che sicuramente capiamo tutti: è la preoccupazione per i suoi figli. Vanno in guerra e non sopravvivono. Solo con una visione etica dell’uomo nuovo nella comunità nuova, con molta autoeducazione, questi non sopravvivono. I campi di battaglia se li divorano, l’ambiente se li divora. E cosa fa il Padre? Va al suo  vissuto, al vissuto del suo cuore. E partendo da lì comincia a cercare se è proprio questo, motivato da questo , il cercare la volontà di Dio. E in questo egli vede i segni dei tempi, ma parte da ciò che Dio gli ha messo nel cuore, da questo vissuto, che egli legge come un compito personale, della sua paternità. In quel momento forse non l’aveva  neanche formulato così, ma che lo motivava: a che cosa? A rischiare. A fare questo grande salto di fede che, come egli ci ha detto e ripetuto continuamente, è stata la cosa più difficile della sua vita. Ciò che è venuto dopo, si direbbe in Spagna, è “pane mangiato”. Perché aveva la certezza che Dio gli era fedele, che la Santissima Vergine lo aveva preso veramente  in parola, sul serio, e che stavano compiendo la volontà di Dio insieme.

Il Padre interpreta con questa forza, dalla voce del cuore, questi segni del tempo che, come diciamo oggi tante  volte, sono impercettibili. Ma egli non leggeva con un criterio sociologico, come ci ricordano i nostri vescovi in Aparecida, bensì dalla prospettiva della fede di sapersi figlio, di sapersi strumento di Dio per i suoi. Le analisi che facciamo dei segni dei tempi non sono né marxiste ne sociologiche né di altro ordine, ma sempre da questo atteggiamento del figlio che cerca la volontà del Padre.

Ed è  per questo che il Padre era legittimato a prendere questa decisione, a discernere cercando i segni di Dio per cercare la volontà di Dio. Noi, come schoenstattiani in questo tempo, se vogliamo realmente celebrare il nostro giubileo, e fedelmente al nostro Padre, dobbiamo cominciare davvero, come il nostro Padre, con quest’atteggiamento di Fede pratica nella Divina Provvidenza, che in primo luogo prende molto sul serio le proprie voci del cuore.

Perché vibra la Famiglia di Schoenstatt? Dall’alto in basso? Dalle teste che avranno la responsabilità della guida, fino allo schoenstattiano che fa l’Alleanza d’Amore e comincia a credere nel mistero/segreto di Schoenstatt. Perché è attraverso loro che Dio si fa presente a noi. Questo è il tempio nuovo. Questo è il tempio della Nuova Alleanza. Questo è il tempio che ci parla non dell’Antico Testamento, ma del Nuovo che ci viene donato.

Che cosa stiamo facendo qui? La domanda riguarda noi. “Siete legittimati a porvi la domanda della dirigenza? Siete capaci, siete intelligenti, ma avete i mezzi che “che vi legittimano a dire che siete dirigenti schoenstattiani, cristiani e cattolici? La stessa cosa che ha detto il Signore, la stessa risposta del Signore. Cercare un atteggiamento di fede pratica nella Divina Provvidenza, chiedendo a partire dal cuore dei miei e del mio proprio cuore: qual è la volontà di Dio? Perché è da lì che si sta formando questo nostro tempio, è da lì che si sta formando questo nuovo Schoenstatt che il Padre voleva dare alla Chiesa.

Cultura d’incontro – Cultura d’alleanza

Il Santo Padre ci parla di una “cultura d’incontro”, ci parla di una Chiesa rinnovata. Dove si trova Schoenstatt a questo riguardo? È uno strumento della Santissima Vergine nelle mani del Santo Padre? Noi parliamo di “cultura d’Alleanza” (questo è il tema che mi avevate dato). E si tratta veramente di questo.

Cultura d’Alleanza non significa semplicemente fare una metodologia che si applica, per così dire in modo formale, e che ci prospetta per così dire “i prodotti”. Non è in primo luogo un’impresa.

Cultura d’Alleanza è proprio questa pedagogia che permette una cultura d’incontro, per cui il rispetto, la valorizzazione dell’altro è reale, perché crediamo che nell’altro è presente Dio,  sta agendo Dio. Questo è ciò che ci permette, che ci legittima ad avere autorità come imprenditori, come schoenstattiani, come cristiani, come cattolici in questo tempo e davanti alla società in cui siamo presenti e che è, come vi dico io, la nostra responsabilità.

Celebriamo il giorno della Dedicazione della Basilica di San Giovanni in Laterano. Celebriamo la Chiesa e la celebriamo per volontà del Padre. Una volontà che si esprime in qualcosa di tanto terribile, di tanto difficile da gestire, ma anche tanto voluta/amata da Dio, perché è la Fede pratica nella Divina Provvidenza che comincia in questo luogo – dove non può entrare nessuno all’infuori di Dio e noi – che è il nostro proprio cuore. In questo Santuario del cuore, che Dio ci ha donato. Per questo ci uniamo solidariamente gli uni gli altri, in una Alleanza d’Amore solidale … (si taglia il video) ci mettiamo a servizio della Chiesa e della società, a partire dalla nostra vocazione, da ciò che il Santo Padre ci chiede. (dalla memoria).

Originale: Spagnolo. Traduzione: Maria Dolores Congiu, Roma, Italia

Video



Testi delle conferenze e materiale complementare nella pagina ufficiale del CIEES2013 (spagnolo): http://congresoempresarioscr.com

Video delle prediche nelle Messe del Congresso:

08.11. Mons. Angel Sancasimiro, vescovo della Diocesi di Alajuela
09.11. P. José María García, Madrid, Spagna

Album di fotografie

8 di novembre
9 di novembre