2020 peor año

Postato su 2021-01-03 In Riflessioni e opinioni

Il 2020 è il peggior anno di sempre? Uno sguardo e un bilancio nel segno della fede

ARGENTINA, Juan María Molina •

La rivista Time negli Stati Uniti ha pubblicato la sua sentenza in un numero dei primi di dicembre: “2020 the worst year ever”. Per noi che non ce la caviamo troppo bene con l’inglese l’immagine era ancora più eloquente: questo 2020, sbarrato in rosso. Non c’è stato bisogno di scomodare il mio povero inglese né il calo della moneta statunitense per immaginare le ragioni addotte all’interno della rivista. Senza dubbio, siamo stati messi alla prova in tutti i sensi e le nostre difficoltà sono state superate solo da quelle dei nostri vicini.—

 

Time: 2020 worst year ever

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Che significa guardare l’anno con uno sguardo cristiano?

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno è inevitabile fare l’esercizio dei contabili: il bilancio. In due colonne potremmo inserire i guadagni e le perdite, o più semplicemente dare e avere. Seguendo l’impostazione della rivista americana, è da pensare che i numeri siano in rosso. Rossi in perdite umane, rossi in verità e trasparenza, rossi in sviluppo, rossi in povertà, rossi in diritto umani, rossi di vergogna. Tutto rosso. Tuttavia, non siamo contabili incaricati di fare i conti né giornalisti sensazionalisti incaricati di fare titoli roboanti che vendano e colpiscano. Siamo cristiani. Siamo famiglia del Padre.

Che significa guardare l’anno con uno sguardo cristiano? Mi sbrigo a rispondere per non essere preso per ingenuo: significa credere che anche in mezzo alle difficoltà più grandi, Dio interviene. È quello che in Schoenstatt definiamo: “fede pratica nella divina provvidenza”, anche se va ricordato che più che un metodo è una cosmovisione. Questo è parte dell’insegnamento di Paolo ai romani quando li invita a credere che per coloro che amano Dio tutte le cose cooperano per il bene (cfr. Rom.8,28).

Non occorre sottolineare ulteriormente che questo sguardo cristiano non è e non può essere in alcun modo uno sguardo ingenuo, soprannaturalista né indifferente alle difficoltà di quest’anno.  Questi sguardi spesso peccano nel loro presupposto: l’autentico sguardo cristiano non fugge dalla realtà. Di più, ci tengo ad affermare che esso è così coinvolto con quello che succede da soffrirne. Nella propria realtà e in quella degli altri. Le gioie e le speranze, le tristezze e le angustie degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di quanti soffrono, sono anche gioie e speranze, tristezze e angustie dei discepoli di Cristo. (cfr. GS, 1).

La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà

In questo senso insegna Francesco in Fratelli Tutti: “La vera saggezza presuppone l’incontro con la realtà … Si opera un meccanismo di “selezione e prende l’abitudine di separare immediatamente ciò che mi piace da ciò che non mi piace, l’attraente dal brutto” (FT 47). Detto in altri termini, è ricevere la vita come viene. Allo stesso modo, lo sguardo cristiano nei confronti della realtà è uno sguardo d’amore. Poeticamente lo spiega il sacerdote portoghese José Tolentino Mendonca: “è necessario scegliere… tra amare la vita ipoteticamente per ciò che ci si aspetta da lei o amarla incondizionatamente per ciò che è, molte volte, pura impotenza, pura sconfitta, carenza irrisolvibile” [1]

Quando guardiamo quest’anno che ci lascia con uno sguardo cristiano possiamo vedere il futuro in un altro modo: prendiamo la distanza dal rassegnarci che “è una codardia, è il sentimento che giustifica l’abbandono di ciò per cui vale la pena lottare, è in un certo senso un indegnità” [2] per far posto a questa speranza per la quale “è audace, sa guardare oltre la comodità personale, delle piccole sicurezze e compromessi che restringono l’orizzonte, per aprirsi verso grandi ideali che rendono la vita più bella e degna” (FT 55). È necessario lo sguardo cristiano. Anche quando dietro al fomento di questa rassegnazione e sconforto ci sono altri interessi. Secondo ciò di cui ci avverte Francesco nella citata enciclica, “il miglior modo per dominare e avanzare senza limiti è seminare disperazione e suscitare diffidenza costante, anche mascherandola dietro la difesa di alcuni valori” (FT15).

È possibile guardare quest’anno con la cosmovisione della fede pratica nella divina provvidenza? Siamo capaci di affrontare la realtà di quest’anno difficile e anche amarla per scoprire così che Dio era qui presente? Avremo il coraggio di guardare con speranza o ci lasceremo vincere dalla codardia della rassegnazione? Facciamolo insieme, per non farci abbagliare da queste luci pagane monocromatiche che vogliono farci credere che in questo 2020 non c’è assolutamente nulla da conservare perché è stato il peggiore anno della storia.

 

Non perderti nella mischia.

Può sembrare un po’ morboso andare contro la tendenza a dimenticare le cose brutte. Tuttavia, questo assomiglia più a nascondere la polvere sotto il tappeto che non a un autentico sguardo cristiano. Questo è uno degli insegnamenti fondamentali di questo tempo di Natale che stiamo celebrando: Gesù nasce in un presepe. Tra difficoltà e diffidenze, Gesù nasce. Perciò, “se osiamo andare verso le periferie, lì lo incontreremo, Lui sarà già lì. Gesù ci anticiperà nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima oscurata. Lui sarà lì” (GE135). Dopo quest’anno potremo anche dire che la presenza di Gesù la possiamo incontrare nella nostra carne ferita, nella nostra vita oppressa, nella nostra anima oscurata, nella nostra propria periferia. Ricorderemo così che la salvezza di Cristo si realizza in pienezza nella Pasqua (e non prima).

Leggendo in questi giorni lo scrittore italiano Alessandro Baricco, ho incontrato un buono spunto per guardare quest’anno. “La mappa di ciò che stiamo portando avanti è disegnata sul retro delle nostre paure” [3], propone l’autore.  Mi è sembrato un buon esercizio quello di indagare su cos’è che custodiamo dietro le paure e i dolori di quest’anno. Di nuovo, non si tratta di non comprendere tutto ciò, ma di guardare l’altro lato. In questo compito mi ha dato buoni spunti uno dei filosofi più noti della Francia, Comte-Sponville. Ateo e umanista, in una intervista che ho letto (mi) ha lasciato una frase a mo’ di domanda che mi ha illuminato in questo senso: “Siamo capaci di amare la vità per così come è – vale a dire, mortale – e perciò accettare la nostra finitudine?” [4].

Precisamente, ho l’impressione che se ci siamo confrontati con qualcosa quest’anno si tratta della consapevolezza della nostra finitudine, della nostra fragilità, della nostra vulnerabilità. Questo sentimento è stato molto democratico con la pandemia: non ha conosciuto differenze sociali, culturali né politiche. Ci ha fatto ricordare che siamo tutti sulla stessa barca. E, ancor più grave, “ha fatto venire allo scoperto queste false e superflue sicurezze sulle quali abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, routine e priorità […] Con la tempesta, è calato il trucco di questi stereotipi con i quali abbiamo travestito i nostri ego sempre con la pretesa di voler fingere; e ha lasciato allo scoperto, una volta di più, questa benedetta appartenenza comune dalla quale non possiamo né dobbiamo fuggire; questa appartenenza tra fratelli.” (FT32) Con la caduta di tutto questo, una prima domanda per questo bilancio cristiano può essere “perché rimango in piedi?” Come dice un poeta amico che non ho mai conosciuto personalmente: quando ciò che mi circonda trema, sei Tu l’amico che rimane” [5].

Crescere nella nostra fede è essere capaci di guardare le sfumature della vita interpretando il tempo nel quale viviamo, così come sappiamo che quando vediamo nuvole alzarci all’occidente sta per piovere (cf. Lc.12,54-56).  Maturare nella nostra fede non è spostare il nostro sguardo dalla realtà alle correnti di moda per vivere con le nostre proprie forze. Come il popolo di Israele negli anni dell’esilio (cf. Is.33-45) e i primi seguaci di Gesù (cf. Mc.8), come motivo del 2020 riconosciamo che quest’anno ha potuto favorire la crescita e la maturazione della nostra fede. In questo senso, la domanda che ci può aiutare è: come ha impattato sulla mia spiritualità tutto quello che abbiamo vissuto? Quale immagine di Dio mi si è rivelata? Dal punto di vista cristiano, quest’anno ci ha dato la possibilità di vivere secondo le beatitudini (cf. Mt.5). Addentrarsi tra le contraddizioni della vita – soprattutto di quest’anno – è fare esperienza delle Beatitudini. È ciò che accade quando siamo capaci di vivere la realtà senza tagli o scorciatoie, con il valore e il sapore della normalità quotidiana.

Con una di queste potremo renderci conto che quest’anno non è stato il peggiore della storia, ma che dolorosamente ha disarmato ciò che avevamo previsto, che avevamo scelto come esito, e ha risvegliato forze nuove. C’è qualcosa da salvare in quest’anno? Situazioni come quella che stiamo vivendo non consentono molta preparazione, ma una volta che ci si è dentro, con questa prospettiva cristiana e con una fede pratica nella divina provvidenza è possibile trarne molto profitto. Il trionfo finale di Dio nella resurrezione di Gesù ce lo conferma. Solamente una cosa impedisce di riconoscere il salvabile di quest’anno: non accettare che la realtà è mista, che viviamo nella mischia, che siamo mischia. Ne usciremo migliori? Dipende dal discernimento e dall’accoglienza verso Dio che ci si rivela in queste circostanze.

Para una síntesis personal

Podemos dar un paso más. Si hasta ahora venimos un poco en el aire, se me ocurren algunas orientaciones para descubrir algunos ámbitos en donde podremos salvar este año recapitulando de una manera más consciente lo que venimos desarrollando. Serán espacios arbitrarios, personales; casi como una ventilación de mi mundo interior y de lo que yo he vivido.

1Iniziando dal più elementare, ci farà bene contemplare l’apparente insignificanza della nostra realtà quotidiana così affetta dalla pandemia. Questa successione di istanti che hanno costituito giorno per giorno il nostro anno. “Non c’è un altro modo di raggiungere l’eternità che cogliere quell’istante … Bisogna ridare valore alle piccole cose e al poco tempo che viviamo” [6]. “Contemplare l’insignificante, lì dove non succede nulla e si assiste al puro dispiegarsi dell’essere” [7]. Per lo stesso motivo, in quest’anno sarà meglio chiederci chi siamo stati, cosa ci siamo domandati e cosa abbiamo fatto. Quale talento nuovo ho scoperto? Quali aspetti della mia personalità e della mia identità sono venuti alla luce? E di quelli con cui ho condiviso la quotidiana insignificanza? Può essere paradossale, ma nel più piccolo si vede il più grande. Lo stesso ce lo ricorda il nostro fondatore: “quante volte nella storia è stato il piccolo e l’insignificante l’origine del grande, del più grande” [8]. L’insignificante si custodisce, si celebra, si valorizza e si condivide formando una rete di insignificanze piene di significato.

2Un secondo ambito non tanto diverso dal precedente nel quale potremo riscattare qualcosa di quanto vissuto in questo 2020 è nella nostra esperienza religiosa e spirituale. La religione è la relazione trascendente e originale dell’uomo con il fondamento del suo significato, della sua esistenza, della sua essenza. Questo l’ho imparato all’esame della mia carriera in cui sono stato meno brillante, ma almeno mi è servito per mettere a punto questa domanda praticamente essenziale: come è stata questa relazione con le fondamenta? Ho l’impressione che quest’anno abbia chiesto alla nostra fede le risposte più importanti, più personali e più autentiche. Questo permette di passare da un vissuto più religioso e spirituale sostenuto dalla tradizione, dai costumi o dalla routine a un vissuto religioso radicato nella propria esperienza di Cristo. Ancor di più per noi schoenstattiani. Dopo quest’anno ci sarà un futuro promettente se smettiamo di cercare nel nostro cammino di fede una sicurezza e iniziamo a cercare la Vita, che è amicizia con Gesù Cristo e vicinanza con la Mater di Schoenstatt capace di far nuove tutte le cose (Cf. Ap.2,15)

3Un terzo ambito ha a che vedere con le mie relazioni e i miei vincoli nel senso più ampio di tali parole. Poiché nonostante l’isolamento che quest’anno ci ha imposto, “non posso ridurre la mia vita alla relazione con un piccolo gruppo, né alla mia propria famiglia, perché è impossibile comprendermi senza un tessuto più ampio di relazioni: non solo quello attuale ma anche quello passato e che mi ha contraddistinto per tutta la vita” (FT89). Per lo stesso motivo ci farà bene ringraziare quelle persone che mi hanno sostenuto quest’anno, quella “nube di testimoni … del combattimento che ci si presenta” (Hb.12,1). Quelli che ci sono da sempre e gli amici nuovi. In fin dei conti, “raggiungiamo la pienezza quando rompiamo le pareti e il cuore ci si riempie di nomi e visi” (EG274).

La nascita.

Infine, un’esperienza personale. Un mese fa è nato mio nipote Iñaki. Nel mezzo del peggior momento della pandemia e della quarantena, mia cognata ha trovato il coraggio di dare alla luce. Dopo la mia ordinazione diaconale e appena tornato in Argentina, ho avuto l’opportunità di celebrare il Battesimo.

La scena è stata molto significativa e tra me e me ho voluto recitare questi versi di Ismael Serrano: “Vedrai che ci saranno giorni con le spine e che vivere può essere doloroso, ma ricorda che ogni giorno il mondo ha la sua alba in te” [9]. Vedere il neonato ci ha dato una novità con la quale non avevamo fatto i conti. Vedere il neonato ci parla di una promessa. Vedere il neonato ci impegna con il futuro. Nel mezzo di questo complicatissimo 2020, celebriamo il Natale. Riordiniamo la paglia e gli animali del nostro presepe per riconoscere questo Bambino che è appena nato in mezzo a noi.

 

Chiesa di Sant’Ippolita a Troisdorf, Germania | Foto: Fischer

 


[1] Mendonca, José Tolentino. “Pequeña teología de la lentitud”. Ed Fragmenta (2017) p 36-37.
[2] Sábato, Ernesto. “La resistencia”. Ed. Planeta. 21 Edición (2006) p 132
[3] Baricco, Alessandro. “The game”. Ed Anagrama, Barcelona. 2019 p.23
[4] Comte-Sponville. ““Los más jóvenes pagarán el precio de las medidas contra la pandemia”. Entrevista diario La Nación 1/12/2020 disponible en: https://www.lanacion.com.ar/el-mundo/comte-sponville-los-mas-jovenes-pagaran-precio-medidas-nid2526858
[5] Gumucio, Esteban. “Quiero ser tu amigo, Jesucristo”
[6] Sábato, Ernesto. “La resistencia”. Ed. Planeta. 21 Edición (2006) p 18-19
[7] Bauckham in Elizabeth Johnson, “La comunidad de la creación
[8]  Kentenich, J. “Atto di prefondazione”
[9] Serrano, Ismael. “Regalo para un primer cumpleaños”

 

Fonte: www.schoenstatt.org.ar – con il permesso degli editori e dell’autore

Originale: Spagnolo, 03.01.2021. Traduzione a cura di Federico Bauml, Roma, Italia

 

 

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