Postato su 21. gennaio 2019 In Progetti, Riflessioni e opinioni

Libertà in carcere?

Pedagogia kentenijiana in periferia, P. Pedro Kühlcke •

“Questo è il fine della nostra educazione: fare sì che coloro che ci sono stati affidati abbiano la disposizione e la capacità di vivere, per motivazioni e iniziative proprie, la vita di un figlio di Dio”: parole esigenti della pedagogia kentenichiana in periferia. Condividiamo le esperienze e le conclusioni di P. Pedro Kühlcke in questo testo tratto da una conferenza per la Gioventù Maschile di Schoenstatt di Tupãrenda.-

Quando il vostro capo mi ha chiesto di intervenire in una conferenza per la Gioventù Maschile di Tupãrenda gli ho chiesto: “su quale tema verterà la conferenza?” – “su ciò che vuoi, niente di più”, mi ha risposto. Che cosa complicata.. dopodiché abbiamo concretizzato e, già che stiamo finendo l’anno di Padre Kentenich, mi ha detto “parlaci della pedagogia di P. Kentenich!”

Conoscete questo libro? Si chiama “Testi pedagogici”, è una collezione fantastica, molto completa, di testi di P. Kentenich editati da P. Herbert King [1]. Se volete sapere qualcosa della pedagogia di P. Kentenich, la maniera più facile è semplicemente studiare questo libro. Sono appena 570 pagine…

Ho pensato di condividere alcuni dei testi di P. Kentenich e, soprattutto, l’applicazione concreta di essi: che ha a che fare questo tema con noi? E che ha a che vedere questo tema con il compito che svlogo da più di 4 anni?

Sono cappellano del “Centro Educativo Itaguà, CEI”, il carcere minorile più grande del Paraguay. Lì si trovano più o meno 150 adolescenti, dai 14 ai 18 anni. Quasi tutti drogati, quasi tutti con famiglie disfunzionali: figli di madri single, “figli di nonna”[2], o che direttamente vivono per strada senza appoggio familiare. Non hanno un lavoro, non hanno prospettive per il futuro, fanno un disastro delle loro vite, o soffrono del disastro che la loro vita è stata da sempre.

In questo contesto tanto particolare applichiamo la pedagogia di P. Kentenich, e funziona! Questa è la cosa più sorprendente: applichiamo ciò che lo Spirito Santo ha ispirato a P. Kentenich, e che costui ha applicato molti anni fa con giovani come voi. La pedagogia kentenichiana funziona oggigiorno in Paraguay con la Gioventù Maschile, con la Opera familiare, ecc. e funziona anche in un contesto…come chiama Papa Francesco questo tipo di contesto? La periferia. In quella periferia, quella che la società generalmente dimentica, ignora, respinge – lì anche la Mater vuole educare e lì anche ci rendiamo conto che si può applicare la pedagogia del Padre Fondatore.

Pedagogia di P. Kentenich

Cosa è la pedagogia Kentenichiana? Chiediamolo al Padre Fondatore stesso!

“In sintesi sorse così, con il tempo, un consistente sistema educativo…una completa pedagogia di alleanza e di vincoli[3].”

Voi sicuramente conoscete la parola “Alleanza”. Avete già sigillato la vostra Alleanza d’amore?

Dobbiamo considerare che il Padre Fondatore suole parlare in modo “complicato”, usa molte parole. Ognuna è importante, bisogna analizzare bene le sue frasi per capire appieno ciò che vuole dirci.

“Una completa pedagogia di Alleanza e di vincoli, una pedagogia della misericordia strumentale e della misericordia della vita di tutti i giorni, che rappresenta una forma originale della pedagogia di ideali, e che contiene…infiniti intrecci con il mondo della natura e della grazia[4].”

Tutto chiaro? Avete annotato tutto? Sono molte parole, però alcune parole possono riassumere meglio il concetto: alleanza, vincoli, ideale, misericordia, strumento, santità della vita giornaliera.. ossia, tutto ciò che viviamo a Schoenstatt ha a che fare con la pedagogia. E P. Kentenich ha fatto un sistematizzato tutto ciò.

Pedagogia della libertà

Se vogliamo entrare un po’ in tutto questo mondo, possiamo leggere per esempio che il Padre Fondatore parla della “pedagogia di ideali come pedagogia di convinzioni, come pedagogia di atteggiamenti [5].”

“Questo è il fine della nostra educazione: fare sì che coloro che ci sono stati affidati abbiano la disposizione e la capacità di vivere, per motivazioni e iniziative proprie, la vita di un figlio di Dio”[6].

Suona complicato? O si capisce tutto? Far sì che coloro che ci sono stati affidati abbiano la disposizione – la voglia, la decisione potremmo dire – e la capacità – la convinzione per attuarlo praticamente – di vivere la vita di un figlio di Dio, però per decisione propria.

Prima tutto era più “facile”. Per esempio, non so, 50 anni fa, tutto il mondo andava a messa, e povero chi onn andava! Era catalogato come un ateo, peccatore, eretico, ecc.. La mamma si incaricava di portare tutti, nessuno mancava, e se qualcuno non andava tutto il paese lo guardava male!

Oggigiorno, è praticamente il contrario. Ti chiedono straniti “tu vai a messa? Tutte le domeniche? E il divertimento del sabato sera?”. Oggi non è che qualcuno ti “porta a messa” – se non viene da te, se non hai la convinzione personale che dice “questo per me è importante, voglio farlo” non funzionerà; se voi nella vostra scuola o nella vostra facoltà dite “io vado tutte le domeniche a messa, partecipo alle riunioni di un gruppo cattolico, cerco di comportarmi bene, cerco di non bere troppo alcol, non consumo droga, non faccio sesso…” che vi direbbero? Almeno “extraterrestre!” – per non dire di peggio.

Oggigiorno, per vivere come figli di Dio, c’è bisogno di una convinzione, una disposizione, una decisione: “io voglio vivere così!”. Immaginatevi che il testo che vi ho appena letto è dell’anno 1931. Quasi 90 anni fa P. Kentenich già diceva che una persona non è semplicemente cattolico solo perché tutto il mondo è cattolico. Comportarci bene, seguire il cammino di Dio, se non è per convinzione propria è impossibile. Ci sono troppe tentazioni lì fuori. Conoscete qualche tentazione? Non vi hanno mai offerto una canna? Tutti sanno dove trovare droga. Il fatto che io non consumi droghe è perché io decido di essere “strano”. Se voi dite ad una ragazza che non volete avere rapporti sessuali, che succede? Automaticamente vi dice “che sei?” – e non diciamo le parole che vengono dopo questa domanda. Di questo si tratta, di convinzione personale, io mi decido di vivere così andando contro tutto ciò che mi dice la società e i miei “amici”. Io voglio vivere così. P. Kentenich chiama questo la “pedagogia degli atteggiamenti, delle convinzioni”.

L’essenziale non è una misericordia di pratica, ma una misericordia di convinzioni. Per esempio, forse in qualche scuola cattolica si dice: “oggi tocca a questa classe confessarsi ed andare a messa” e tutti vanno obbligatoriamente. E quando escono da scuola, non vanno mai più a messa. Questo è ciò che P. Kentenich chiama pedagogia di pratiche, pratiche pietose, pratiche religiose. Prima di questo, P. Kentenich dice che andare a messa perché tutto il mondo ci va e perché è obbligatorio, non funziona. Lui propone la misericordia delle convinzioni: “io sono amico di Gesù e della Mater, perché io mi sono deciso ad esserlo; vado a messa perché io ho deciso di farlo, per amore di Gesù”:

Vi rendete conto cosa indica la pedagogia del Padre Fondatore? Applicandola in carcere, io la chiamo “la pedagogia della libertà”. Voi credete che in carcere ci sia libertà? Tutto è recinzioni, guardie, serrature, orari obbligatori, ecc.. Per noi, la pastorale carceraria è lo “spazio di libertà” dentro il carcere. Per me sarebbe molto più facile dire al direttore: “oggi voglio che tutto questo padiglione venga a messa, che le guardie mi mandino tutti i ragazzi a messa, io ci parlo un poco, e dopo ognuno torni al suo padiglione”. Però non abbiamo mai fatto ciò. La religione è uno spazio di libertà in carcere, e se i ragazzi vogliono partecipare, che lo facciano per convinzione, e non perché qualcuno li obbliga. Pedagogia della libertà in carcere, pedagogia della convinzione.

Se un giovane dice “voglio battezzarmi”, che lo dica per convinzione personale e non perché gli farò un regalino affinché si battezzi. Ci sono gruppi di altre religioni che vanno in carcere, però che agiscono in altra maniera. Spesso vengono i ragazzi e mi raccontano: “Pa’i, sai che l’altro giorno è venuto quel pastore dell’altra chiesa e mi ha detto che se mi battezzo nella sua chiesa mi compra vestiti nuovi e mi fa uscire dal carcere e mi trova lavoro..?” e io rispondo “è una tua decisione. Se tu vuoi cambiare religione per un po’ di vestiti e per promesse che probabilmente non vengono mantenute, vai e fai la tua esperienza”.

Altre volte vengono e mi chiedono: “Pa’i, se mi battezzo che mi regali?”- “non ti regalo proprio niente, il miglior regalo è il battesimo stesso. Se vuoi ricevere il battesimo o fare la prima comunione, sarà una decisione tua”. A volte dico scherzando “ti posso fare due regali: una benedizione o un akãpete[8].”

Quando abbiamo cominciato con la Pastorale carceraria, nell’anno 2014, la prima cosa che richiamò molto la mia attenzione, e realmente toccò il mio cuore, fu che molti ragazzi in fila si avvicinarono e mi chiesero di confessarsi.

Normalmente, la prima domanda che il sacerdote fa durante la confessione è “quando è stata la tua ultima confessione?”. Qui ho dovuto imparare a chiedere: “sei battezzato?”. La maggior parte non lo sapeva. In realtà, molti non erano proprio battezzati e volevano confessarsi!

Una persona non battezzata si può confessare? Sì, certo che può! O meglio, può raccontare tutto ciò che le pesa nel cuore. Però io non posso regalarle il perdono di Dio, l’assoluzione, perché il battesimo è il primo dei Sacramenti. Allora parlavamo un po’, e il giovane si poteva sfogare, molte volte per la prima volta nella sua vita! E gli davo una benedizione. Però allora gli dicevo: “bene, se davvero vuoi che Dio pulisca il tuo cuore, questo può succedere solo se ti battezzi.” – “e quando posso battezzarmi?” seguiva subito questa domanda.

Ho parlato con il Vescovo e con la sua benedizione abbiamo iniziato ad offrire catechesi di preparazione per il battesimo. Tre mesi dopo abbiamo avuto 40 ragazzi che si sono battezzati! Quaranta! Non perché abbiamo fatto loro regalini, ma per una decisione personale, per una convinzione propria. Per fare le cose per bene, chiedevamo ai giovani di partecipare tutti i sabati alla catechesi. Certo è una catechesi corta, molto elementare. In parte perché non avevamo molto tempo a disposizione in carcere, però soprattutto perché la capacità di attenzione di una persona che ha consumato molta droga è molto limitata. Però hanno partecipato, per decisione propria, per convinzione, si sono battezzati.

E sapete che mi hanno detto dopo il battesimo? “Bene Pa’i e adesso che facciamo?” – “bene, ora verrà la prima Comunione” – “e quando la facciamo?”. Tre mesi più tardi abbiamo avuto più di 50 prime Comunioni: un terzo di tutto il carcere ha fatto la prima Comunione! Però con questo principio di Padre Kentenich: l’essenziale non sono le abitudini “vanno tutte le domeniche a messa, guardia, mandali!”. No, no! Io offro la messa tutte le domeniche che posso, però se parteciperanno sarà una decisione loro.

Vi rendete conto di come funziona la pedagogia del Padre? È qualcosa di molto reale, è autentico, e quei ragazzi subito quando escono dal carcere, vengono qui a Tupãrenda per integrarsi al nostro programma post penitenziario, e mi dicono di propria sponte: “Pa’i, nel CEI ho fatto la prima comunione, ti ricordi? Ora voglio continuare qui e fare la Cresima”.

È qualcosa di libero, non qualcosa di imposto, questo nella pedagogia della libertà è fondamentale. Guardate voi stessi: perché oggi voi siete qui? Quanto vi hanno pagato? Il Padre direbbe: siamo canottieri liberi, noi decidiamo di remare; non siamo schiavi di galera con un capo e la sua frusta dietro di lui [9]. E questa libertà è tanto essenziale a Schoenstatt – e funziona anche in carcere, che è come l’antitesi della libertà.

Prima parte di una conferenza per la Gioventù Maschile di Tupãrenda
16.9.2018
P. Pedro Kühlcke

 

Trascrizione: José Argüello, Asunción, Paraguay e Tita Andras, Viena, Austria. Correzione: P. Pedro Kühlcke.

[1] Herbert King (ed.), José Kentenich: Una presentación de su pensamiento en textos. Tomo 5: Textos pedagógicos. Ed. Nueva Patris, Santiago de Chile, 2008. Citado como “King”.
[2] “figlio di nonna” – creato dalla nonna, generalmente chi non ha contatti con i propri genitori
[3] King, 61.
[4] King, 61.
[5] King, 103.
[6] King, 110.
[7] Canna.
[8] un colpetto in testa.
[9] Cfr. atto di prefondazione, nº 19.

Traduzione: Virginia Cosola, Roma, Italia

 

 

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