Postato su 13. Settembre 2017 In Riflessioni e opinioni

Barcellona, i migranti e altri dolori. Maria e il suo riparo con la croce.

Carlos E. Barrio y Lipperheide, Argentina •

Mi rattristano le profonde divergenze che divorano il nostro mondo contemporaneo. Per citare solo alcuni esempi, penso al recente attentato a Barcellona, i migranti affamati e disperati nel raggiungere la porta del mondo sviluppato che si chiude, la fame e la miseria di tanti uomini che non trovano modo di fuggire dalla propria povertà.

Questi dolori mi fanno avvicinare la croce di persone sconsolate, distrutte, angustiate, senza speranza.

Quanto peso di tante croci, molto più crudeli delle mie! Che mistero la croce! Che misteriosi i dolori strazianti, tanto che faccio fatica a trovare loro un motivo, un senso! Sono nel mistero di Dio.

In questi casi la croce mi si presenta come fredda e vuota, come se ci fosse spazio solo per la morte e le lacrime senza consolazione. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27, 46), ha detto il Signore nella sua agonia.

Ma contro questa notte senza luce nella quale tanti soffrono, si intravede una scintilla inaspettata, un’alba tenue e un alito quasi impercettibile che si scopre poco a poco, la presenza misteriosa di Maria presso la croce di Gesù, la croce dell’unità, nella quale entrambi stanno insieme, la croce della consolazione.

Quanto abbiamo bisogno del suo amore materno nei momenti di dolore, nei momenti in cui tutto è privo di significato di fronte alla violenza e all’odio, di fronte al totalitarismo e al fanatismo messianico di chi sparge solo sangue e estromissione, di fronte all’indifferenza, agli egoismi e alle esclusioni.

La croce dell’unità, la nostra identità mariana di fronte alla sofferenza.

La croce dell’unità, è la nostra identità mariana di fronte alla sofferenza. Siamo messaggeri per il mondo del riparo di Dio. Ci impegniamo a portare il suo messaggio, a essere casa per coloro che soffrono, a prendere il nostro rifugio e a sentirci rifugiati in essa, a essere “occhi trasparenti che irradiano calore e mani gentili che alleviano i dolori” (J. Kentenich, Hacia el Padre, 601) per strade insanguinate, per i corpi mutilati dei nostri fratelli e di coloro che nella propria povertà e nel proprio abbandono hanno lasciato le proprie case per cercare un futuro.

Sicuramente, quando Gesù ci ha detto che il suo “giogo era facile e il suo carico leggero” (Mt. 11, 30), ci preannunciava la presenza materna di Maria presso la croce, ci preannunciava la “tri-unità” della sua croce, Egli, Ella e noi, nel condividere il peso delle sofferenze della vita.

Questa croce è diversa dalla croce sola, sporca, fredda e abbandonata. È la croce materna che ci porta il calore di Maria, il mistero del suo cuore materno, il suo calore di casa nel dolore, un respiro caldo della sua voce che ci dice che “il mio spirito in Dio mio salvatore si rallegra” (Lc. 1, 47).

La croce non è più sola, ha la compagnia amorevole di Maria e richiede la nostra. In ella si è fatta carne la maternità del “Dio con noi” e chiama affinchè “esaltiamo gli umili” (Lc. 1, 52) e “colmiamo di beni gli affamati” (Lc. 1, 53).

Sento che Gesù stesso si è sentito riparato con la madre nella croce e che senza la sua presenza materna la sua agonia sarebbe stata più solitaria, crudele e brutale.

Egli voleva donarsi a noi con un ultimo gesto di amore umano e divino alla madre sotto la croce, affinchè anche noi sentissimo il suo riparo e scoprissimo in questa pedagogia che Maria è sempre insieme alla nostra croce, per renderla più tollerabile, affinché sappiamo che in ella possiamo riposare, avere consolazione e unirci al santuario che porta la sua maternità, che è l’annuncio di Dio risorto, della nuova creazione.

Portiamo il rifugio di Maria in un mondo freddo, distante, pieno di litigi e di odio.

Da Ella sento che “ci visiterà il Sole che nasce dall’alto” (Lc. 1,78).

Originale: Spagnolo, 01.09.2017. Traduzione: Laura Agoglia, Roma, Italia

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