Postato su 13. Marzo 2018 In La Chiesa - il Papa

I poveri sono il vostro tesoro!

ITALIA, www.santegidio.org •

Una festa di popolo, nonostante la pioggia battente, ha accolto papa Francesco domenica 11 marzo a piazza Santa Maria in Trastevere. La sua visita, in occasione dei 50 anni di Sant’Egidio, era un momento atteso con entusiamo da tutte le generazioni che oggi compongono la Comunità. Mentre migliaia di persone gremivano la piazza e la chiesa, molte altre erano collegate tramite il sito web, la pagina facebook, da decine di paesi nel mondo.—

Un momento non per – come ha detto Andrea Riccardi – “guardare indietro in modo celebrativo o per goderci qualche successo, ma guardare avanti” da questi 50 anni verso il futuro, insieme al papa. E così è stato. “Oggi, ancora di più, ha detto il papa – continuate audacemente su questa strada. Continuate a stare accanto ai bambini delle periferie con le Scuole della Pace, che ho visitato; continuate a stare accanto agli anziani: a volte sono scartati, ma per voi sono amici. Continuate ad aprire corridoi umanitari per i profughi della guerra e della fame. I poveri sono il vostro tesoro!

Il saluto di Andrea Riccardi  a papa Francesco, nella visita per il 50mo di Sant’Egidio

Padre Santo,
grazie della sua presenza tra di noi. Per i cinquant’anni della Comunità –come lei sa- abbiamo preferito non guardare indietro in modo celebrativo o per goderci qualche successo, ma guardare avanti. Non si tratta di fare progetti che la storia sconvolge puntualmente. Bensì di vedere chi ci viene incontro, chi ha bisogno di aiuto oggi, quali le domande aperte. Insomma da che parte vengono la vita e la storia.
Il tempo è cambiato dal ’68 e dalle nostre origini. Interi mondi sono scomparsi, come i regimi dell’Est e le forze dell’utopia rivoluzionaria; i nuovi mondi del Sud hanno perso la speranza di essere nuovi e hanno conosciuto la guerra. Tutto si è globalizzato divenendo un grande mercato. Sembra però che poco sia cambiato nei poteri che reggono la storia, come il denaro, che lei ha varie volte ricordato. E’ impossibile cambiare il mondo oggi?
Si dice che il tempo globale è troppo complicato. Bisogna prima di tutto sopravvivere: difendersi, dagli altri, dai poveri. E’ la logica del pensare a sé: va dall’egocentrismo personale all’egoismo nazionale. Ogni paese deve chiudersi e salvarsi dalla marea del mondo.
Ci si sente vittime e si ha paura. Siamo in un’età della rabbia ovunque: contro gli altri, i diversi, i poveri, i presunti nemici. Età dolorosa, dove ci sono violenze e guerre senza fine: in Siria o in Sud Sudan. E la violenza è accovacciata alla porta di ogni società. La tentazione è il pessimismo che favorisce chiusure o pigrizie. Ma come possono essere pessimisti gli amici di colui che è risorto?
Sant’Agostino afferma: “E voi dite. Sono tempi difficili… Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi!” (Sermo 311,8). Noi conserviamo dal ’68 e dintorni la convinzione che tutto può cambiare e che dipende anche da noi. Il Concilio ci ha offerto la Parola di Dio, che illumina i cuori, le menti, la strada, mentre accresce la fede. Anche quando è buio. Si può andare avanti anche nel buio!
Questo ci libera dall’ossequio che rende piccoli e spaventati, avari, clericali, conservatori. Insegnava Giuditta, la donna che con la sua bellezza fiaccò l’arrogante: “chi teme il Signore è sempre grande” (16,16). Grande: è accettare la sfida di fare il mondo migliore. A mani nude e con la parola: gli strumenti del Vangelo e sono i migliori: “Allora i miei poveri alzarono il grido di guerra –dice Giuditta-…, i miei deboli alzarono il grido e quelli furono sconvolti” (ivi,11). E’ la forza degli umili e dei poveri.
Vorrei dire che –non per farle un complimento ma per dire la realtà-, da quando con l’Evangelii Gaudium, lei ha proposto di uscire per strada, fuori dall’istituzione, dalle sacrestie, dai piani pastorali, dall’autoreferenzialità, dall’egocentrismo, dalla nostra purezza, un popolo grande s’è messo in cammino. Si vede tanta gente che ha voglia di fare il bene, ci sono risorse e energie, non solo rabbia ma molto amore. E questo dà speranza e gioia.
In questa prospettiva, Sant’Egidio non si sente una comunità di perfetti (come potremmo?), ma una comunità di popolo, magari piccola ma senza confini, perché coinvolta dai dolori vicini e dai lontani. La rabbia e l’egocentrismo si guariscono, se andiamo incontro con simpatia, rendiamo ragione della speranza e aiutiamo a incontrare i poveri, che sono veri maestri di verità della vita. Questa è la gioia del Vangelo che proviamo.
L’età della rabbia può diventare età della fraternità e dello spirito. Lei ci disse ad Assisi nel 2016: “crediamo e speriamo in un mondo fraterno”. Sogno semplice ma decisivo. Aggiunse: “Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio”. Non è un programma impossibile: è anzi una richiesta che viene dal gemito dei poveri, dei popoli e della terra. La nostra preghiera si sintonizza con questi gemiti, qui in questa basilica e in ogni luogo dove siamo.
Vivere insieme per un mondo fraterno, tra popoli, nelle periferie e in città, è una rivoluzione possibile, se partiamo dal cuore e dal Vangelo. Diceva l’amico Olivier Clément, teologo ortodosso: “le uniche rivoluzioni creatrici della storia sono nate dalla trasformazione dei cuori”. La Chiesa, madre di speranza, ci sostiene. E lei pure, Padre Santo, con la sua parola da cinque anni. Cristo, che dall’alto del mosaico ci guarda con occhi teneri e cinge sua Madre in un abbraccio, rende possibile questo. Grazie!

Papa Francesco alla Comunità di Sant’Egidio: Oggi, ancora di più, continuate audacemente su questa strada

Parole a braccio
Buonasera… non tanto buona! Il dr. Impagliazzo ha detto che Roma ha le porte aperte, ma anche il cielo ha le porte aperte e ha buttato giù tutta l’acqua e ci sta bagnando! Ma sempre con le porte aperte! Grazie, grazie di essere venuti. Grazie di essere qui e grazie della vostra generosità. Qui dentro c’è generosità. E anche il cuore aperto: il cuore aperto per tutti, tutti, tutti! Senza distinguere: “Questo mi piace, questo non mi piace; questo è amico, questo è nemico…”. No. Tutti, tutti! Il cuore aperto per tutti. E questo fa che la vita vada avanti. Vi ringrazio tanto e vi auguro il meglio, a ognuno di voi, alle vostre famiglie, e anche ai vostri sogni. Che il Signore vi benedica. E pregate per me. Grazie!

Discorso del Santo Padre nella Basilica di Santa Maria in Trastevere
Cari amici,
grazie della vostra accoglienza! Sono contento di essere qui con voi per il cinquantesimo della Comunità di Sant’Egidio. Da questa basilica di Santa Maria in Trastevere, cuore della vostra preghiera quotidiana, vorrei abbracciare le vostre comunità sparse nel mondo. Vi saluto tutti, in particolare il prof. Andrea Riccardi, che ha avuto la felice intuizione di questo cammino, e il presidente prof. Marco Impagliazzo per le parole di benvenuto.
Non avete voluto fare di questa festa solo una celebrazione del passato, ma anche e soprattutto una gioiosa manifestazione di responsabilità verso il futuro. Questo fa pensare alla parabola evangelica dei talenti, che parla di un uomo che «partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni» (Mt 25,14). Anche a ciascuno di voi, qualunque sia la sua età, è dato almeno un talento. Su di esso è scritto il carisma di questa comunità, carisma che, quando venni qui nel 2014, ho sintetizzato in queste parole: preghiera, poveri e pace. Le tre “p”. E aggiungevo: «Camminando così, aiutate a far crescere la compassione nel cuore della società – che è la vera rivoluzione, quella della compassione e della tenerezza, quella che nasce dal cuore –, a far crescere l’amicizia al posto dei fantasmi dell’inimicizia e dell’indifferenza» (Incontro con i poveri della Comunità di Sant’Egidio, 15 giugno 2014: Insegnamenti II, 1 [2014], 731).
Preghiera, poveri e pace: è il talento della Comunità, maturato in cinquant’anni. Lo ricevete nuovamente oggi con gioia. Nella parabola, però, un servo nasconde il talento in una buca e si giustifica così: «Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra» (v. 25). Quest’uomo non ha saputo investire il talento nel futuro, perché si è fatto consigliare dalla paura.
Il mondo oggi è spesso abitato dalla paura – anche dalla rabbia, diceva il professor Riccardi, che è sorella della paura. È una malattia antica: nella Bibbia ricorre spesso l’invito a non avere paura. Il nostro tempo conosce grandi paure di fronte alle vaste dimensioni della globalizzazione. E le paure si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. Si fanno anche dei piani di sviluppo delle nazioni sotto la guida della lotta contro questa gente. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani che, come quel servo della parabola, nascondono il dono ricevuto: non lo investono nel futuro, non lo condividono con gli altri, ma lo conservano per sé: “Io appartengo alla associazione tale…; io sono di quella comunità…”; si “truccano” la vita con questo e non fanno fiorire il talento.
Se siamo da soli, siamo presi facilmente dalla paura. Ma il vostro cammino vi orienta a guardare insieme il futuro: non da soli, non per sé. Insieme con la Chiesa. Avete beneficiato del grande impulso alla vita comunitaria e all’essere popolo di Dio venuto dal Concilio Vaticano II, che afferma: «Tuttavia piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo» (Cost. dogm. Lumen gentium, 9). La vostra Comunità, nata alla fine degli anni Sessanta, è figlia del Concilio, del suo messaggio e del suo spirito.
Il futuro del mondo appare incerto, lo sappiamo, lo sentiamo tutti i giorni nei telegiornali. Guardate quante guerre aperte! So che pregate e operate per la pace. Pensiamo ai dolori del popolo siriano, l’amato e martoriato popolo siriano, di cui avete accolto in Europa i rifugiati tramite i “corridoi umanitari”. Com’è possibile che, dopo le tragedie del ventesimo secolo, si possa ancora ricadere nella stessa assurda logica? Ma la Parola del Signore è luce nel buio e dà speranza di pace; ci aiuta a non avere paura anche di fronte alla forza del male.
Avete scritto le parole del Salmo: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (119,105). Abbiamo accolto la Parola di Dio tra di noi con spirito di festa. Con questo spirito avete accolto quanto ho voluto proporre per ogni comunità a conclusione del Giubileo della Misericordia: che una domenica all’anno sia dedicata alla Parola di Dio (cfr Lett. ap. Misericordia et misera, 7). La Parola di Dio vi ha protetto in passato dalle tentazioni dell’ideologia e oggi vi libera dall’intimidazione della paura. Per questo vi esorto ad amare e frequentare sempre più la Bibbia. Ognuno troverà in essa la sorgente della misericordia verso i poveri, i feriti della vita e della guerra.
La Parola di Dio è la lampada con cui guardare il futuro, anche di questa Comunità. Alla sua luce, si possono leggere i segni dei tempi. Diceva il beato Paolo VI: «La scoperta dei “segni dei tempi” […] risulta da un confronto della fede con la vita», così che «il mondo per noi diventa un libro» (Udienza generale, 16 aprile 1969: Insegnamenti VII, 1969, 919). Un libro da leggere con lo sguardo e il cuore di Dio. Questa è la spiritualità che viene dal Concilio, che insegna una grande e attenta compassione per il mondo.
Da quando la vostra Comunità è nata, il mondo è diventato “globale”: l’economia e le comunicazioni si sono, per così dire, “unificate”. Ma per tanta gente, specialmente poveri, si sono alzati nuovi muri. Le diversità sono occasione di ostilità e di conflitto; è ancora da costruire una globalizzazione della solidarietà e dello spirito. Il futuro del mondo globale è vivere insieme: questo ideale richiede l’impegno di costruire ponti, tenere aperto il dialogo, continuare a incontrarsi.
Non è solo un fatto politico o organizzativo. Ciascuno è chiamato a cambiare il proprio cuore assumendo uno sguardo misericordioso verso l’altro, per diventare artigiano di pace e profeta di misericordia. Il samaritano della parabola si occupò dell’uomo mezzo morto sulla strada, perché «vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Il samaritano non aveva una specifica responsabilità verso l’uomo ferito, ed era straniero. Invece si comportò da fratello, perché ebbe uno sguardo di misericordia. Il cristiano, per sua vocazione, è fratello di ogni uomo, specie se povero, e anche se nemico. Non dite mai: “Io che c’entro?”. Bella parola per lavarsi le mani! “Io che c’entro?”. Uno sguardo misericordioso ci impegna all’audacia creativa dell’amore, ce n’è tanto bisogno! Siamo fratelli di tutti e, per questo, profeti di un mondo nuovo; e la Chiesa è segno di unità del genere umano, tra popoli, famiglie, culture.
Questo anniversario vorrei che fosse un anniversario cristiano: non un tempo per misurare i risultati o le difficoltà; non l’ora dei bilanci, ma il tempo in cui la fede è chiamata a diventare nuova audacia per il Vangelo. L’audacia non è il coraggio di un giorno, ma la pazienza di una missione quotidiana nella città e nel mondo. È la missione di ritessere pazientemente il tessuto umano delle periferie, che la violenza e l’impoverimento hanno lacerato; di comunicare il Vangelo attraverso l’amicizia personale; di mostrare come una vita diventa davvero umana quando è vissuta accanto ai più poveri; di creare una società in cui nessuno sia più straniero. È la missione di valicare i confini e i muri per riunire.
Oggi, ancora di più, continuate audacemente su questa strada. Continuate a stare accanto ai bambini delle periferie con le Scuole della Pace, che ho visitato; continuate a stare accanto agli anziani: a volte sono scartati, ma per voi sono amici. Continuate ad aprire corridoi umanitari per i profughi della guerra e della fame. I poveri sono il vostro tesoro!
L’apostolo Paolo scrive: «Nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro […] Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,21.23). Voi siete di Cristo! È il senso profondo della vostra storia fino a oggi, ma è soprattutto la chiave con cui affrontare il futuro. Siate sempre di Cristo nella preghiera, nella cura dei suoi fratelli più piccoli, nella ricerca della pace, perché Egli è la nostra pace. Egli camminerà con voi, vi proteggerà e vi guiderà! Prego per voi, e voi pregate per me. Grazie.

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