Postato su 10. Maggio 2018 In opere di misericordia

Ero in carcere e mi avete visitato

PARAGUAY, Pedro Cáceres •

Nell’anno della misericordia, Papa Francesco ci ha molto esortato a fare visite alle carceri, come una tra le opere di misericordia. Un giorno, durante un’attività parrocchiale, di fronte a molte persone, ho detto che sarebbe stato molto difficile per me compiere quest’opera di misericordia, poiché non avrei saputo chi visitare, né con chi andare. A metà 2016, conversando con padre Pedro egli mi propose di accompagnare, un sabato, la Pastorale carceraria. Dopo aver riflettuto molto in quella settimana, ho deciso di accettare l’invito e andare in carcere.

cárcel

Il giorno arrivò e io fui puntuale all’orario stabilito. Entrammo ed io ero pieno di paura e incertezza, pensando a cosa sarebbe potuto accadere e a come sarebbe stato il mio incontro con i detenuti. L’incontro con il primo gruppo al quale mi sono presentato è stato molto difficile, perché non sapevo quali parole usare o come esprimermi. Ma subito uno dei ragazzi si avvicinò a me, mi salutò molto gentilmente e iniziammo a scambiarci qualche parola e a conoscerci. Quel momento è stato molto utile per prendere maggior confidenza e far sciogliere i nervi. Ci siamo poi recati dagli altri gruppi di adolescenti e ho notato molte cose interessanti in loro. Dopo aver finito le attività e chiacchierato con i membri della pastorale, ho promesso di tornare il sabato seguente.

Vi ritornai il secondo sabato… e anche il terzo

Fu così che tornai, già con un pensiero diverso e più calmo, condividendo e parlando un po di più. Ho fatto il giro dei gruppi del catechismo, osservando e analizzando il comportamento dei ragazzi e l’interesse mostrato per ciò che veniva loro insegnato. Alla fine del pomeriggio, mi sono impegnato di nuovo per il sabato successivo.

Oggi, da quasi due anni, sono andato in prigione ogni sabato come catechista e membro della Pastorale carceraria. Cosa mi ha motivato a svolgere questo apostolato? Dal primo giorno ho notato la realtà dei giovani che sono privati ​​della loro libertà. Mi sono reso conto che sono le prime vittime, perché non hanno mai avuto una buona infanzia, né una famiglia stabile, né una persona che abbia dato loro buoni consigli, istruzione e, soprattutto, amore, amore e cura. Molti vivono per strada, senza famiglia, in precarietà e totale abbandono. Altri hanno genitori separati o vivono con i nonni.

L’altra faccia della medaglia

Oggi posso dire con certezza che la realtà di questi ragazzi è molto diversa da tutto ciò che possiamo pensare, dire o immaginare. Vi invito a vedere l’altro lato della medaglia e a non mantenere il pregiudizio secondo il quale “sono tutti tossicodipendenti e criminali”. Sono prima di tutto persone, figli di Dio! Sono giovani, adolescenti o bambini che, forse, hanno fatto un errore o molti errori, ma meritano un’opportunità. Hanno bisogno di una famiglia, un amico, qualcuno che voglia dargli una mano o un abbraccio.

Qualcuno deve dirglielo …

Con la Pastorale del carcere siamo riusciti a raggiungerne molti, abbiamo conosciuto la loro realtà, i loro problemi e bisogni. Ci siamo resi conto che nessuno è perso. Molti di loro desiderano essere persone migliori e cambiare. In loro possiamo vedere che Gesù è presente, in ogni abbraccio, in ogni sguardo o semplicemente scambiando alcune parole. Hanno bisogno di te, di me e di tutti per essere in grado di creare un futuro diverso, pieno di luce e speranza, per condurre una vita più sana. Come ha detto Don Bosco: “Non ci sono giovani cattivi, ci sono solo giovani che non sanno di poter essere buoni, e qualcuno deve dirglielo”.

Ero in carcere e mi avete visitato.

 

Fotos: Javier Vera

Originale: spagnolo. Traduzione: Alessia Lullo, Roma, Italia

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