Postato su 15. Ottobre 2018 In Casa Madre de Tuparenda, opere di misericordia, Schoenstatt in uscita

Signora, dammi un lavoro. Non voglio più rubare…

PARAGUAY, Ana Maria Mendoza de Acha, Presidente di Fundaprova •

“Signora, dammi un lavoro. Non voglio più rubare…”. Si poteva udire spesso questa frase nella Casa Madre di Tuparenda. Arrivano sporchi, con visi tristi, quasi depressi. È difficile rendersi conto del fatto che la società e lo Stato li hanno spinti in quella situazione. A meno di un mese, vederli puliti, ordinati e igienizzati fino ai denti dimostra chiaramente che questo è il cammino, questa è la missione. —

Un così alto numero di giovani che non ha accesso a un lavoro dignitoso, ovviamente a causa della mancanza di istruzione – forse il loro più grande peccato – deve fare qualcosa per sopravvivere in questo stato di marginalità totale.

I nati in queste “case” sono condannati – con un po di fortuna, nel tempo e nella forma- dalla giustizia, ma sicuramente vengono prima condannati dalla società, e questo per tutta la vita.

Dico con un po ‘di fortuna nel tempo e nella forma, perché le nostre prigioni sono popolate da giovani e adulti che per anni sono stati abbandonati al loro destino; la stragrande maggioranza sono poveri e quindi privi di difensori.

Ma fin dall’inizio, sono condannati dalla società.

Non vogliamo vederli

Sì, non vogliamo vederli. Sono poveri, laceri, emanano un cattivo odore, ci molestano; ma è difficile rendersi conto che la società e lo stato li hanno condotti in quella situazione. Sopravvivono emotivamente alle tante carenze con droghe di ogni tipo che li anestetizzano completamente. Solo l’anestesia può resistere alla povertà, alla promiscuità, al trattamento violento che ricevono dai propri genitori o dai poliziotti. Pertanto, nell’adolescenza, e talvolta durante l’infanzia stessa, acquisiscono familiarità con il crimine e questo fa parte della loro stessa sussistenza.

Così arrivano alla Casa Madre di Tupãrenda, sporchi, con facce tristi, alcuni quasi depressi. Ricevono qualcosa di sconosciuto lì: un rifugio che si traduce in trasformazione. E poi, a meno di un mese dall’arrivo, possiamo vederli puliti, ordinati, igienizzati fino ai denti e i loro volti sembrano diversi. L’aspetto infatti non è un problema minore; solleva l’autostima, è il riflesso dell’aspetto interiore.

 

Jóvenes en la cárcel de menores

È il primo inserimento nella società

Per molti di loro questo processo non costituisce un reinserimento, ma un vero e proprio primo inserimento nella società.

Essi non hanno mai avuto una casa dove mangiare, un tavolo pulito con cibo caldo e un ambiente accogliente in cui sentirsi bene.

Così, vengono inseriti in un percorso suddiviso in diverse fasi, contraddistinte ognuna da braccialetti di diversi colori che indicano l’anzianità e le competenze acquisite.

Nel frattempo imparano vari mestieri; ad esempio, si occupano dei prodotti da forno, degli orti, della produzione tessile e questa formazione completa è seguita da un team eccellente, con padre Pedro Kühlcke in testa che è conosciuto da tutti nel Centro Educativo Itauguá (Carcere minorile), nonché da tutti coloro che si avvicinano alla Casa. Il Direttore Ana Souberlich usa il giusto sistema tra fermezza e tenerezza, fino ad oggi con risultati molto buoni. Il team è completato dallo psicologo, con il quale i ragazzi si incontrano una volta alla settimana; l’assistente sociale, che coinvolge anche le loro famiglie; l’avvocato dei giovani, dotato del carisma del consigliere e gli istruttori-artigiani per ciò che riguarda i mestieri.

In aggiunta alle competenze che acquisiscono, la lotta per il controllo della dipendenza è fondamentale. A tal proposito, siamo molto grati al dottor Manuel Affresco, direttore del Centro per le dipendenze, per tutta la cooperazione che presta in modo disinteressato.

La mancanza di educazione come momento cruciale

Sebbene la Costituzione e le leggi contemplino la pena detentiva come un modo per punire l’individuo che ha trasgredito una norma, il suo obiettivo principale è correggerne gli errori per restituirlo o reinserirlo nella società. Non può essere intesa come una vendetta.

Se analizziamo attentamente il problema penitenziario, potremmo concludere ancora una volta che ha come origine la mancanza di istruzione. L’ignorante non ha le condizioni per ottenere un buon lavoro; di conseguenza, è povero. Se ha urgenze, spesso non ha altra via d’uscita che rubare e in una di quelle trappole può arrivare ad uccidere … e il finale lo conosciamo tutti.

 

Il momento della laurea

Per questa ragione, il momento della laurea è così eccitante per tutti. Si tratta di giovani ragazzi che hanno preso una decisione cruciale che gli costa moltissimo: seguire un’altra strada da quella conosciuta fino ad ora. Pertanto, meritano tutto il nostro sostegno, apprezzamento e rispetto.

Sono preparati per il mondo del lavoro. Comunque, accompagniamo sia l’appaltatore che il contraente per diversi mesi.

Oggi non chiedono più un lavoro, perché sanno che, alla fine del ciclo di formazione, un’occasione di lavoro li attende; ma devono fare bene i compiti per raggiungerla. Non rubare significa lasciare l’inferno delle prigioni.

Ad ogni modo, sanno che la casa madre di Tupãrenda è la loro casa; è come la casa della mamma… possono visitarla di nuovo, per sempre

 


Pagina instituzionale: www.fundaprovapy.org

 

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Originale: Spagnolo, 07.10.2018. Traduzione dall’originale, Alessia Lullo, Roma, Italia

 

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