Postato su 2016-03-06 In Schoenstatt in uscita

Uomini in fuga – una sfida del nostro tempo

GERMANIA, di Maria Fischer •

La coincidenza temporale è forte: poche ore prima girava tra i media la notizia che la rotta dei Balcani è stata chiusa in pratica ermeticamente, che i confini sono chiusi e i profughi stanno all’aperto sotto la pioggia e il freddo. Pochi giorni prima, nella “Lampedusa d’America” , dove accorrono i profughi al confine tra Messico e USA, con filo spinato mortale, Papa Francesco aveva detto: “Non possiamo negare la crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, sia in treno, sia in autostrada, sia anche a piedi attraversando centinaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali. Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, al giorno d’oggi è un fenomeno globale. Questa crisi, che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato. A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà, ma devono anche patire tutte queste forme di violenza.” E a Bruxelles è appena terminato il vertice straordinario sulla politica dei rifugiati.

Non sono certo arrivate quelle grandi folle di persone che si attendevano, quando Schoenstatt in data 19/20 febbraio 2016 ha colto al volo il tema che scuote il mondo e che non è più solo una voce dei tempi, ma un grido dei tempi. Uomini in fuga – una sfida del nostro tempo. O piuttosto – per dirla con Padre Kentenich – “una manciata insignificante” (22.5.1916, Lettera a Josef Fischer). Tuttavia c’è una cosa che distingue le 30 persone che si sono radunate venerdì sera, più le 20 persone di sabato tra imprenditori e dirigenti: è l’interesse vivo ed attivo e per la maggior parte il coinvolgimento personale sul tema profughi-rifugiati.

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È come se qualcuno mi volesse strappare il costume da bagno in una piscina all’aperto

Tra loro c’era un’ostetrica, libera professionista, che era venuta per orientarsi su come comportarsi con le donne di Eritrea che assiste durante il parto. E voleva saperne di più sulle forme di saluto, sul modo di avvicinarle e sul capirsi linguisticamente in una situazione tanto delicata.

E si parla del Velo, del Burka, del Fazzoletto in testa e del divieto di portarlo. Qualcuno, se potesse, strapperebbe velo e fazzoletto a tutte le donne che sono costrette a portare questo segno di oppressione. Ma vogliono essere liberate così, le donne? Qualcun altro argomenta dicendo: “È come se qualcuno mi volesse strappare il costume da bagno in una piscina all’aperto. Anch’io non mi sentirei davvero per niente liberato!” Qualcuno cui va ai nervi il baciucchiarsi e abbracciarsi, come forma di saluto latinoamericana, fa notare tra l’altro che anche “i rifugiati” – che non porgono la mano, ma fanno solo un cenno di testa – non potranno o vorranno adattarsi alle usanze occidentali europee per il solo passaggio del confine.

Un giovane imprenditore parla del suo timore che questo esodo, questa migrazione di popoli, porti tutto ad esplodere. Egli cerca qui orientamento e risposte, perché non vuole per sé questo misto di paura e rifiuto.

Se già un tedesco comincia a fantasticare – dopo solo un anno di permanenza in Paesi dell’Europa occidentale – sentendo una gran voglia di mangiare “sarcrauti e stinco di maiale”, che ne sarà di un Afghano, di un Siriano o di un Nigeriano in Germania? E tutt’a un tratto si cominciano a chiarire le idee.

La giornalista tedesca Julia Encke, “feuilletonista” del quotidiano tedesco FAZ di Francoforte, il 18 febbraio scrive: “Ci sono persone che gira e rigira si lamentano e sparlano e cercano la colpa naturalmente negli altri e comunque non vogliono cambiare niente, perché sono convinte che alla fin fine non si potrà cambiare proprio niente e che tanto ci sarà presto la fine del mondo. E ci sono persone che nonostante abbiano il presentimento di qualcosa di oscuro e di senza scampo, riescono ad immaginarsi qualcosa di totalmente diverso da ciò che è in atto e cercano pertanto di formularlo o di agire”. Il tentativo di formulare la sfida dei profughi e rifugiati o di agire – è proprio ciò che sta a cuore a Dr. Stefan Keznickl, che è stato in questi due giorni nel Centro schoenstattiano di Memhölz. E c’è riuscito. Anche se alla fine di entrambe le manifestazioni sarebbe piaciuto a tutti continuare a parlare per ore e agire subito.

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Quando persone incontrano altre persone

Dr. Stefan Keznickl è giudice presso la Corte suprema Amministrativa di Vienna, a periodi anche giudice d’asilo politico per lo Stato di Provenienza Afghanistan. Appartiene alla Federazione-Uomini di Schoenstatt, nel tempo libero è un appassionato fotografo come anche appassionato studioso di P. Kentenich.

Le sue osservazioni sul tema “rifugiati” sono come le sue fotografie: esatte, con motivi sicuri, professionali. Perciò porta le sue osservazioni da giudice d’asilo, da lettore di informazioni, da passante, da vicino di casa di persone che hanno accolto profughi. Egli illustra i contesti giuridici e guarda al passato. E fa delle domande: Chi sono le persone che arrivano? Qual è la loro cultura? La loro socializzazione e istruzione? Come ci prepariamo ai cambiamenti in arrivo?

Dr. Stefan Keznickl espone tutta la gamma di reazioni – dal “Benvenuti rifugiati” (Refugees welcome” al “Fuori gli stranieri“ (Auslãnder raus). Non parla per prima cosa dei profughi e delle domande d’asilo su cui ha dovuto decidere, ma di incontri con uomini e donne austriaci che più di 60 anni fa sono fuggiti o sono stati espulsi, ancora bambini, dalla regione dei Sudeti, dall’Ungheria, dalla Polonia attuale. Gli hanno parlato dell’odio e del rifiuto con cui erano confrontati e del dolore che è vivo ancora oggi: Quando a scuola si rubava qualcosa, si diceva: “Sono stati i rifugiati”; e quando si veniva al colloquio di lavoro si sentiva dire: “No, non prendiamo rifugiati, abbiamo solo brutte esperienze…”

Non ha bisogno di chiedere se qualcuno ne abbia già sentito parlare.

Si verrà a rifiuto e paura fino a quando sono “i rifugiati”. Solo quando persone incontrano persone, tutto cambia. Quando “i rifugiati” riceveranno un nome ed un volto, storie e vita concreta. Dr. Keznickl parla dei rifugiati afghani che padroneggiano correntemente diverse lingue, per il semplice fatto che in un paese con diverse etnie deve essere così e perché hanno un enorme talento. Anche se molti di loro sono illetterati… E parla del giovane con brio afghano, che si è integrato nel volontariato dei pompieri e nelle feste di compleanno molto più rapidamente di quanto possa ottenere una qualsiasi misura di integrazione; e parla anche di persone traumatizzate che hanno visto e vissuto cose che nessuno dei presenti desidera neanche immaginarsi.

E chiarisce, che le persone fuggono perché vogliono salvare la propria vita o perché vogliono “fare strada” economicamente – ossia uscire dalla fame, dall’essere dei senzatetto, dalla perdita del lavoro e dei mezzi di sussistenza. E sottolinea che essi “Non si lasciano fermare”. E portano con sé l’energia di voler costruire qualcosa. Chi ha già fatto a piedi centinaia di chilometri, porta con sé delle esperienze, vuole e può muovere-smuovere qualcosa.

Qualcuno dice: “E le risse negli alloggi di massa?!” Gli risponde un giovane imprenditore: “Quante sciocchezze farebbero 100 giovani tedeschi se non potessero lavorare e muoversi e fossero rinchiusi insieme?” Il grande tema: “Richiedenti asilo non possono lavorare.”

Un articolo comparso su schoenstatt.org, riguardo alla conferenza di Dr. Keznickl in Austria, ha fatto venire alla Gioventù Maschile di Schoenstatt in Cile l’idea di guardarsi intorno nel proprio ambiente, per vedere se non ci siano dei rifugiati che giochino a pallone con loro. Talvolta è così semplice…

Dr. Keznickl racconta ancora, che una signora austriaca va a camminare una volta alla settimana con cinque Afghani. Altri si incontrano per cucinare insieme.

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Dobbiamo configurare il mondo

Dr. Stefan Keznickl ha fatto una raccolta di testi di Padre Kentenich su questo tema, sulle voci dei tempi, sulla missione universale di Schoenstatt, sulla de-europeizzazione della Chiesa, sulla configurazione del mondo.

Padre Kentenich e rifugiati della Siria e dell’Afghanistan? No, ma di tedeschi che negli USA vivevano da rifugiati. E dei quali P. Kentenich era assistente spirituale. E con i quali ha celebrato le messe in madrelingua, ha redatto una rivista intitolata “Echi di Patria” e consigliato loro di dare “all’America il meglio della loro vecchia patria”. A questo punto qualcuno comincia a chiedersi: “E noi pretendiamo che i Siriani o gli Eritrei parlino anche a casa loro soltanto tedesco!”

Ha mai detto qualcosa, Padre Kentenich, sulla migrazione dei popoli? Che cosa farebbe oggi San Paolo?

Dr. Keznickl dice che qui non si tratta solo di voce del tempo. Dio, attraverso i rifugiati non parla, ma grida.

E grida verso uno Schoenstatt che vuole e deve abbandonare la sua sfera confortevole, verso uno Schoenstatt “in uscita”, uno Schoenstatt chiamato alla configurazione del mondo. Alla fine Dr. Keznickl conclude provocatoriamente: “Se arriviamo in cielo senza aver configurato il mondo, allora Padre Kentenich non ci conoscerà”.

A Memhölz non c’erano ricette.

Ma forse proprio ciò che ha detto Padre Kentenich 100 anni fa, secondo la diagnosi di: “una manciata insignificante”:

Che dopotutto possiamo fare qualcosa, se ciascuno, al proprio posto, impiega tutte le sue forze e si adopera – miratamente e in modo organizzato per obiettivi comuni – affinché anche il bene, nonostante tutte le difficoltà, rigeneri a sua volta il bene riproducendolo.”  (22.5.19169

 


Originale: Tedesco. Traduzione: Maria D. Congiu, Roma, Italia

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